VENEZIA 61 - L'abbraccio im/possibile : Tarantino- Di Leo (Italian kings of the B's)
Il cerchio si è ricomposto in sala Perla: l'autore di "Pulp Fiction", testimonial della rassegna, ha manifestato con entusiasmo l'amore per uno dei suoi maestri dichiarati

La figura di Fernando Di Leo si sta vieppiù configurando come preminente nell'ambito dell'operazione di recupero della memoria di un ventennio cinematografico quantomai vivace, intuitivo e deviante/deviato. Marco Giusti giustamente si augura che si possa superare l'empasse eduardiana della rivalutazione permanente per approdare ad una più matura fase di studio, anche per allinearci a paesi, Francia in primis, che su questi film hanno lavorato da anni. Aprire la giornata con I ragazzi del massacro (1969) permette di apprezzare le radici letterarie del mondo di Di Leo ed in particolare il rapporto con Giorgio Scerbanenco, al cui romanzo omonimo si ispira anche Milano calibro 9. In realtà il regista si vantava di riprendere solo alcuni spunti ma la cura maniacale con cui curava plot, dialoghi ed ambientazione non può non far pensare ad una necessità di interagire a livelli più alti (nelle sue interviste si richiamava ossessivamente al noir americano, a Chandler, alla moralità assoluta di Melville). Il film ha molte caratteristiche riconoscibili, a partire dalla tipica sequenza iniziale che anticipa tutto il film senza didascalismi esplicativi. Un'allucinazione nervosa che tagliuzza la scena del massacro della professoressa stuprata nella classe della scuola serale milanese. A metà tra scandalo e denuncia sociale Di Leo gioca nuovamente con volti freakeggianti, giovani proletari immersi un mondo parallelo che resiste nel dischiudersi, legandoli in un circuito di complicità, deviazioni sessuali, segreti inconfessabili.
Lo spettacolo serale in sala Perla è stato duplice. La presenza in sala di Quentin Tarantino, affiancato da Joe Dante e Barbara Bouchet, ha creato un'atmosfera di irrealtà gioiosa. Dinanzi allo schermo avevamo l'autore delle Iene, (film dichiaratamente pieno di inquadrature/remake di Di Leo), che godeva come un bambino, agitandosi convulsamente, ridendo a squarciagola e coinvolgendo con i suoi applausi la sala intera. Sullo schermo si è potuto vedere Fernando Di Leo (scomparso nel 2003) intervistato nel documentario La morale del genere di Manlio Gomarasca dove il regista riconosceva Tarantino e Ferrara come suoi eredi. Tra sesso ("le donne che rappresento non sono puttane ma persone libere"), politica ("citando Lima ne Il Boss ho anticipato di trent'anni il processo Andreotti") ed escursioni più cine-letterarie non si è faticato a riconoscere la matrice beffarda dei dialoghi filmici. La mala ordina (1972) si è dimostrato meritevole dell'amore tarantiniano. I due killer di origine mafiosa giunti da New York a Milano hanno ispirato i personaggi di John Travolta e Samuel L. Jackson in Pulp Fiction (e voci di corridoio riferiscono di colloqui tra Tarantino ed il figlio di Curti, il produttore, per un eventuale remake). Mario Adorf nel ruolo della sua vita è il piccolo boss della prostituzione milanese cui si dà la caccia forsennata in un crescendo di tensione, ritmo ed invenzioni. Milano calibro 9 (1971) risulta incentrato maggiormente su atmosfere di attesa angosciante, di esplosioni sempre rimandate, di eccessi musicali (sublime l'accoppiata Bacalov/Osanna) memori della lezione di Dario Argento. La guerra di nervi messa in campo da Gastone Moschin, accusato di aver trafugato un bottino di trecentomila dollari, porta quasi a farci credere al mistero. La pressione che Di Leo esercita sul fotogramma è ancora una volta scardinamento interno di un sistema di regole condannato a perire e risorgere nel suo stesso macabro sangue.
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