VENEZIA 61 - "Rivoluzione significa felicità" - Incontro con Guido Chiesa
Il '77 continua a terrorizzare chi non lo conosce... e la conferenza di "Lavorare con lentezza" ha creato letteralmente "scintille". Un semplice microfono può ancora far saltare le coordinate ferree di solerti sistemi di sicurezza, questo omaggia ancora Radio Alice e rinnova l'esigenza di dare voce a chi non ha voce

L'incontro con la stampa di Lavorare con lentezza senza dubbio il film più politico, in senso stretto stretto, tutto italiano, del festival, si racchiude in due parentesi strettamente attuali e militanti (più della pellicola stessa). Un campo e controcampo tra i protagonisti dietro il lungo tavolo e la sala in cui si è catapultata la paranoica "security" che dona alla manifestazione un'aria da macelleria: quintali di carne "morta" che sarebbe da dare in pasto ai dorati leoni "imbalsamati" che campeggiano all'ingresso della Sala Grande.
Ma partiamo dall'inizio, dalla scelta di Guido Chiesa di presentarsi alla stampa con un nutrito gruppo del cast, più il produttore Procacci, e di virare in senso collettivo, quindi nello spirito di quel '77 protagonista del film, la canonica direzione autoriale che in Italia sembra l'unica linea possibile.
Appena preso posto Valerio Rinasco legge le (tristemente) uniche parole spese dal festival sugli orrori commessi dagli scagnozzi di Putin: a nome di tutto il gruppo si rende noto che lo "spettacolo" continua nel rispetto del lavoro proprio e altrui. Una rarità assoluta commentare i crimini che i russi continuano ad attuare nella "questione cecena", altro che B-movies!
E' questa la prima parentesi di cui dicevamo; in mezzo ci sono le parole di Guido che riportiamo in seguito, ma il "bello" è tutto nel finale quando un Uomo, degli intermittenti francesi venuti a solidarizzare la no-global beach, prende il microfono e prima ancora di iniziare a parlare si vede arrivare addosso un solerte addetto alla sicurezza... Dalla sala si alzano due o tre sacrosanti "fascisti lasciatelo!" mentre altri ragazzi srotolano non senza difficoltà e sotto lo sguardo attonito di Chiesa uno striscione contro il lavoro precario.
Per fortuna il direttore Marco Muller, che segue con attenzione ma tanta (troppa) diplomazia le richieste dei "disobbedienti", ha ufficialmente biasimato l'accaduto: "Il servizio d'ordine deve controllare e dirigere il traffico, non crearlo", ha dichiarato. In questo caso si potrebbe consigliare di creare anche degli appositi appoggi in cui posizionare questi vigili di "carnepesta", sul modello delle colonne già utilizzate per i leoni, in questo modo sarebbe garantita loro la visibilità che bramano e per noi un po' d'aria in più.
Chiuso l'excursus passiamo dai fatti alle parole...
Iniziamo con la sceneggiatura, in che modo avete scelto le situazioni da mostrare e soprattutto come pensate arriveranno al pubblico meno "preparato"?
Non volevamo spiegare tutto facendo un altro prodotto medio e omogeneizzato per uno spettatore ignorante. Credo che ognuno capirà in base alla propria cultura e alle proprie esperienze: forse un ragazzo di vent'anni non sa cosa rappresentava Patti Smith in quel periodo ma ascolta la sua musica e sente che è un rock potente. Così ci sarà chi si troverà spiazzato dagli assalti alle armerie ma in quei momenti potrebbe rivedere la violenza di Genova 2001. Tanti scopriranno che quegli anni non sono stati solo terrorismo, come viene raccontato oggi, ma "gioia e rivoluzione" insieme. Non volevo fare un film per i reduci o i nostalgici del '77, un'opera didascalica e banale, ho provato a creare un affresco critico di quegli anni.
Radio Alice resta sempre sullo sfondo, non temete che il film risulti frammentato?
L'idea di partenza era di fare un film collettivo, che concentrando l'attenzione su Radio Alice arrivasse a parlare del movimento bolognese di quegli anni, delle idee innovative come il rifiuto del lavoro che sono venute fuori da quella situazione. Il campo si è delimitato quando ho girato il precedente documentario Alice è in paradiso. Quando ho letto in biblioteca la storia della rapina alla banca ho pensato che fosse una bella metafora del clima di quel periodo e ho deciso di renderla la spina dorsale del film. Tra gli studenti che tentano l'assalto al cielo e i proletari che scavano tunnel per arrivare al cuore del capitale ho messo varie storie con funzione simbolica.
Lo scorso anno The Dreamers di Bertolucci, che raccontava il '68, è stato molto amato dai giovani. Tu che hai vissuto gli anni del '77 come Bertolucci il '68 dici che anche Lavorare con lentezza ha molto colpito il pubblico che allora non era ancora nato: pensi che questo interesse nasca anche dalle esperienze dei movimenti attuali?
Nel '77 finisce l'idea novecentesca di rivoluzione come presa del Palazzo d'Inverno e si prende atto che rivoluzione significa felicità attraverso la conquista e la creazione di spazi autonomi, di un diverso rapporto col tempo libero...dalla logica del profitto. Sul piano culturale è il movimento da cui arrivano Pazienza, Ranx Xerox, Scozzari...un'esplosione. E in questo clima politico è importante raccontare da punti di vista non istituzionali, come abbiamo imparato appunto nel '77.
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