VENEZIA 61 - "Udalionnyj Dostup" - Accesso remoto (Concorso)
Sulla scia de "il ritorno", leone d'oro a Venezia nel 2003, Il film della Proskurina cerca di rappresentare i conflitti generazionali nella Russia contemporanea, ma finisce per restare intrappolato all'interno degli schemi di un rigido formalismo. Segno di una cinema acerbo, ancora in cerca di nuovi modelli di rappresentazione del reale

Inizia con un delicato piano sequenza, il film in concorso diretto dalla regista russa Svetlana Proskurina. Uno sguardo inquieto che scorre tra il paesaggio innevato di una cittadina di provincia come tante a cui si accompagna il racconto dolente di una voce fuori campo, quella del suo protagonista maschile, Seryozha, testimone involontario della morte di sua madre e di sua sorella. Da questo destino di lutto e di perdita si dipana tutta la narrazione della Proskurina che, attraverso la figura di questo adolescente, handicappato negli affetti come nel fisico, sembra voler tracciare una linea di continuità ideale, tematica e formale, con Il ritorno, il film russo Leone d'oro alla scorsa edizione della mostra del Cinema di Venezia. Anche qui, ci troviamo infatti di fronte a una pellicola in cui i conflitti generazionali s'impiantano sul terreno fertile di un malessere che coinvolge l'intera società russa post-crollo Unione Sovietica e che viene rappresentata attraverso la miseria e lo squallore degli edifici e i nazionalismi linguistici, culturali e territoriali. Emblematica a questo proposito la sequenza in cui, il giovane Seryozha, in viaggio per affari, chiede informazioni lungo la strada, ma incontra l'ostilità di chi non vuole comunicare in russo e ostenta con fierezza il proprio dialetto. Dinnanzi a un macrocosmo così complesso (che in questi giorni in cui la Russia è indignata e scossa dai tragici avvenimenti di Beslan assume una valenza ancor più allarmante), la Proskurina decide di volgere lo sguardo nell'interno, verso il microcosmo degli adolescenti, spesso disoccupati, annoiati, coinvolti in losche iniziative commerciali, e sempre incapaci di instaurare un dialogo tra loro, come tra gli adulti. Se questo avviene, infatti, resta fittizio, perché filtrato dalla mediazione metallica e asettica di un telefono. Nonostante questi intenti, però, il film non raggiunge mai momenti di reale intimismo, soffocato in una sorta di algido formalismo accademico, da cui il nuovo cinema russo sembra fatichi a liberarsi. E così i dialoghi tra madre e figlia risultano forzati, sempre sopra le righe, i campi-controcampi strizzano l'occhio più al linguaggio teatrale che a quello filmico, mentre il dialogo amoroso tra i due giovani, imbavagliato all'interno di uno script troppo rigido, diventa una sorta di malinconico e deludente solipsismo emozionale che non trova sfogo neppure nella sequenza finale dell'esplosione.
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