VENEZIA 61 - Familia rodante, di Pablo Trapero (Orizzonti)

Pablo Trapero, dopo Mundo Grua, ritorna a Venezia con il suo terzo film. Attraverso la familiarità con certi climi e certe situazioni, evoca storie note e collusive, senza che coattivamente diventino autobiografiche o virtuosamente socio-politiche. Più vicino a Burman che ad Agresti ma meno aspro e catastrofico di Lucrecia Martel.

 

Pablo Trapero che trionfò con Mundo Grua (nel 1999 vince il premio della critica), ritorna a Venezia con il suo terzo film, Familia rodante, nome che si riferisce alla roulotte su cui viaggia un'intera famiglia di Buenos Aires verso una festa di matrimonio a cui è invitata la nonna di 84 anni. Per la cerimonia bisogna fare più di mille chilometri, attraversando l'estesa regione fluviale fino alla piccola città ai confini con il Brasile. Durante il viaggio tutti sono accomunati da una costante riflessione a causa della scomoda avventura della vita insieme nella casa su ruote. Questo viaggio cambierà alcune cose, non troppe, ma abbastanza da diventare un momento decisivo nella vita di questa famiglia. Dopo Agresti un'altro regista argentino che concentra il suo lavoro sui microcosmi familiari, ma i lavori sono assai difficili d'avvicinare. Trapero è sicuramente oggi, all'interno del nuovo cinema argentino, il regista che è riuscito a farsi largo, impostare una solida produzione dagli svariati progetti, ha già diretto tre film (ha trentatrè anni) ed è uno dei nomi più conosciuti all'estero. Ha fondato una casa di produzione, la Matanza Film, dal nome della zona limitrofa alla città dove lui ha vissuto e cominciato a fare cinema. La sua produzione possiede l'invidiabile Aaton super 16 di nuovo tipo e le apparecchiature più avanzate per la postproduzione. Riprende in tempo reale e lo sguardo prolunga quello dei personaggi affacciati ai finestrini o sulla strada. Più vicino a L'abbraccio Perduto di Daniel Burman che al cinema sentimentale/estetizzante di Agresti, ma non aspro e catastrofico come la Ciénaga di Lucrecia Martel. La camera alterna movimenti rigidi e meccanici a quelli che aderiscono sui personaggi (c'è molta macchina a spalla). L'occhio è vigile, non lascia scivolare nell'anonimato l'ambiente circostante, intrecciando le storie che apparentemente si tengono fuori: le distanze tra passato e presente, nord e sud non deturpano la percezione di un Paese che annoda i suoi ricordi e le sue ferite con fiduciosa rassegnazione. Si comincia con il viso della nonna e si finisce sulle stesse rughe, in mezzo l'unica certezza: la prossimità della morte e la consapevolezza di dover far scorrere le ore sterzando solo un pò ma senza esagerare. Questo è il punto di partenza per arrivare alla finzione, attraverso la familiarità con certi climi e certe situazioni che evocano storie note e collusive senza che forzatamente diventino autobiografiche o virtuosamente socio-politiche.

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