VENEZIA 61 - "Vanity Fair", di Mira Nair (Concorso)

La regista indiana prova la strada dell'eclettismo creativo con risultati per la verità assai discutibili. Ormai è totalmente assorbita nelle fila del cinema che conta... gli incassi. Il film a sprazzi lascia la sensazione di voler mostrarsi come un'opera moderna in costume, turbando o lasciando indifferente anche il più ingenuo spirito critico.

La regista di Salaam Bombay! e Monsoon Wedding (Leone d'Oro nel 2002) prova la strada dell'eclettismo creativo con risultati a dir la verità assai discutibili. Indiana di nascita è ormai totalmente assorbita nelle fila del cinema che conta... gli incassi. Documentarista di denuncia sociale, ben presto è passata dalle strade di Nuova Delhi a quelle di New York, scorporando ogni forma e proposito di contaminazione estetico-culturale che non fosse dettata da facili lignaggi. Vanity Fair è un romanzone polpettone, trasposizione del libro di William Thackeray. Narra la storia di Becky Sharp (Reese Witherspoon di Election e La rivincita delle bionde), eroina che si trova invischiata nell'alta società borghese di fine ottocento. Di origini umili, prova la scalata sfruttando le sue armi di seduzione senza mai dimenticare da dove proviene e portando con se una carica di umanità e sensibilità, qualità troppo rare nell'ambiente nobiliare. Niente di nuovo nella fiera della vanità cromatica: tinte fredde per le sequenze inglesi, dorate e intense quelle indiane che fanno capolino nei ritagli del contesto storico/sociale. È proprio dietro la volontà di ascesa sociale di Nair/Sharp che si staglia in un corpo amorfo la fase storica: la vittoria di Waterloo e soprattutto la prepotente marcia della borghesia capitalistica che si appresta a spodestare l'aristocrazia ormai in declino, ottusa e anacronistica. Il cinema della Nair cala in un tiepido enigma filosofico: l'interrogativo "yogico" per cui ci si chiede chi di noi è felice a questo mondo? Chi di noi ha ciò che desidera? E anche se ce l'ha, chi è soddisfatto? Manca il respiro, la congiunzione degli eventi, il saper entrare nella storia a piccoli passi e gesti, con il tormento di sfigurare il sodalizio mistico tra ciò che è stato e ciò che si prova. Le donne di Mira Nair sono sempre giovani, belle e sorridenti nonostante le avversità. Possono amare, odiare e soffrire e soprattutto cedere all'ambigua tentazione di riuscire contro tutti e tutto. Allegoria pertinente per un'autrice intraprendente e volitiva che certo non ha perso tempo a capire quanto "speziato" l'occidente preferisce il cinema. Sceneggiato dal premio oscar Julian Fellowes, il film a sprazzi lascia la sensazione di voler mostrarsi come un'opera moderna in costume turbando o lasciando indifferente anche il più ingenuo spirito critico: l'India sembra una colonia estiva e l'Inghilterra la fiera di stucchevoli e pacifici lacchè vittoriani.

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