VENEZIA 61 - "Vento di terra", di Vincenzo Marra (Orizzonti)

Restare a metà del guado: non scavare, non accarezzare, ma grattare con le unghie lascandosi irretire e compiacere da un acume osservativo che accumula e disperde. All'autore spesso capita di perdere il controllo sull'immaginario (cosa che non gli capita nei documentari) quando prova a diversificare e stratificare lo sguardo.

 

Questa è Napoli o un'altra vista di Napoli. Due panoramiche e il film si apre e si chiude. Vincenzo Marra (con il suo primo lungometraggio, Tornando a casa, ha vinto nel 2001 la Settimana della critica) si muove stratificando i suoi sguardi sulla città: dal porto dei pescatori al cuore della fede calcistica (vedi Estranei alla massa, sempre del 2001) ed ora in questo film parte da uno dei quartieri più fatiscenti, Secondigliano. Ma la localizzazione è un pretesto, un punto d'appoggio, perchè i luoghi comuni si sgranano. Enzo è un ragazzo di diciotto anni, vive con la sua famiglia in un appartamento a rischio di sfratto. È un giovane introverso e solitario con lo sguardo fisso sui pensieri che lo attanagliano. Una serie di vicissitudini lo metteranno a dura prova compromettendo la propria dignità. Nel dormitorio della città le anime vagano ed i rumori di fondo coprono ciò che si crede di sapere. La storia procede lenta, quasi si ferma o meglio si confonde con gli imprevisti e le sciagure dell'esistenza. Indugiare sui volti e insistere con i primi piani sono il tentativo di tagliare il resto: una certa rigidità attorale (quasi tutti gli attori sono non professionisti) ma anche invertire il senso immaginifico delle cose. Napoli è anche orientale nei ritmi e nelle folgorazioni visive; Napoli è sempre più fagocitata dall'incertezza giù per le strade che quasi non si vedono e quando il quadro si apre sono deserte. Vento di terra si fa più asciutto di Tornando a casa nella forma ma si perde nelle eccessive dissolvenze, e in una fluidità occlusa tra la causa e l'effetto. Il non detto e il non visto puzzano eccessivamente di manierismo che non sempre si rispetta. Quando l'unica via d'uscita per Enzo sembra essere quella di arruolarsi lo ritroviamo in Kossovo in missione, per guadagnare un pò di grana. Le conseguenze sono prevedibili ma i conti non tornano: i pezzi si sfilacciano e la saga della iattura o del destino già segnato, condanna il punto di vista ad una mera e prevedibile lacerazione creativa. Marra perde il controllo sulla città e sulla storia, (cosa che non gli capita nei documentari), ma soprattutto resta sempre a metà del guado: non scava, non accarezza, ma gratta con le unghie lasciandosi irretire e compiacere da un acume osservativo che accumula e disperde.

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