VENEZIA 61 - "The take", di Avi Lewis (Cinema digitale - Eventi speciali)
Lewis resta pigramente incollato ai suoi schemi nell'idea che quello argentino dovesse essere l'unico scenario futuribile, il film mai girato che avrebbe dovuto apparire ai nostri occhi di lì a poco, perché quello "deve" essere il destino del capitalismo

Avi Lewis è una volpe della comunicazione travestita da mezzo cinematografico. Il presentatore televisivo di Toronto ha nel suo curriculum circa 500 ore di trasmissione, tra programmi e interviste di carattere musicale o politico, che spesso cura anche in veste di produttore. The take è la sua seconda creatura per il grande schermo dopo Gustavo Benedetto: Presente! , cortometraggio sulla repressione della polizia in Argentina nel dicembre 2001. Coadiuvato alla sceneggiatura dalla moglie Naomi Klein, l'autrice del paradossale No logo, miliardario manifesto/simbolo del marketing no-global da salotto, si lascia nuovamente catturare dalle spire del turbine argentino della crisi economica che tanto ha segnato, oltre all'economia, le famiglie e i risparmiatori, l'immaginario di una precarietà malata post-11 settembre. L'idea che quello dovesse essere l'unico scenario futuribile, il film mai girato che avrebbe dovuto apparire ai nostri occhi di lì a poco, perché quello "deve" essere il destino del capitalismo. Ma mentre un Roger Moore, pur nei limiti di una retorica divertita e violenta e negli eccessi neo-goebbelsiani di sfruttamento dell'archivio umanistico del "nemico, può rappresentare l'antidoto interno di una società errante (scegliete voi il senso) su cui è possibile incidere, almeno a livello di opportunità, nel caso di Lewis ci troviamo davanti ad prodotto per famiglie già convinte. Adatto ad una seconda serata televisiva, abile nell'accattivarsi i tre quarti delle sale convenute che ripetutamente possono affratellarsi in applausi, risatine, accostamenti a premier nazionali ed espressioni del tipo "Ecco, così va il mondo!" Ma The take non sazia tali ambizioni a questo passaggio. Va oltre. "... Aiuta a mostrare alternative concrete a questo sistema corrotto e deteriorato"(A. L.) Così la voce-off, oltre a sciorinare con neutralità artefatta considerazioni sull'impero del Male globale qualunque nell'introduzione che descrive il disastro, dirige un cambio di marcia a ritmo di "Occupare, resistere, produrre". E' lo slogan dei trenta operai disoccupati che entrano nella loro fabbrica alla periferia di Buenos Aires, per rimetterla in moto autogestendola ed impedirne la dismissione statale. La città fantasma e la situazione debitoria così ingiusta nel suo essere irreale dà alle famiglie la forza di credere nell'impresa. La cooperativa vivrà un braccio di ferro con tribunali, polizia, banche e politici incerti tra l'appoggio complice dell'opinione pubblica e repressione pura. Il modello si sviluppa in altre realtà di base operaia sullo sfondo delle elezioni presidenziali, dove Carlos Menem, il "colpevole" del collasso, è incredibilmente favorito. Lewis resta pigramente incollato ai suoi schemi e non osa né lo scavo scientifico delle responsabilità istituzionali né un sofferto e partecipe abbraccio al travaglio personale di famiglie taken/ prese da istinti quanto mai veri e inappellabili. Quelli dell'esistenza.
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