VENEZIA 61 - "She hate me", di Spike Lee (Fuori concorso)
Il nuovo film di Spike Lee non è solo un atto d'accusa contro l'ipocrisia, l'avidità, la degenerazione etica, politica e morale della società americana, ma anche una delle più significative pellicole sull'omosessualità femminile
Era inevitabile che un film trans-genere come She hate me non provocasse un'ondata di polemiche. Presentato fuori concorso, l'ultimo film di Spike Lee, che secondo molti non sarebbe all'altezza della precedente pellicola, La 25esima ora, universalmente riconosciuta e riconoscibile come un capolavoro, conferma invece il talento e l'abilità di un autore che maneggia codici e linguaggi cinematografici con una disinvoltura e una abilità indiscutibili. Per raccontare una "storia semplice", come l'ha definita lo stessa regista, quella di un uomo, dell'afroamericano John Henry "Jack" Armstrong, che fa una scelta e ne subisce le conseguenze, Lee attraversa infatti i confini dei generi hollywoodiani, creando un'opera "inclassificabile" ben oltre il legal-thriller e la commedia. Sotto accusa, ancora una volta, l'ipocrisia, l'avidità, la degenerazione etica, politica e morale della società americana, dal Watergate all'era Bush: un vero virus cronemberghiano, dalle forme più disparate, che s'insinua all'interno del tessuto sociale, nei rapporti tra i corpi, collettivi e individuali. Ed ecco che lo scontro tra il piccolo golia nero e il gigante yankee (l'azienda farmaceutica che vuole speculare sul vaccino sperimentale contro l'Aids), apre crepe sull'american way of life per sviscerare ad una ad una le contraddizioni di un Paese che ha fatto del denaro il denominatore comune di tutte le relazioni umane. Con i soldi non solo si comprano e si vendono oggetti, ma anche l'identità, il diritto alla vita, la maternità e la paternità. Quanto al prezzo, poi, dipende solo dal mercato: gli spermatozoi del bel esemplare John Henry "Jack" Armstrong valgono diecimila dollari, quello del suo fratello nero possono valere al massimo 60 dollari. Lungi da essere rappresentata come una figura eroica, il protagonista di Lee non è infatti estraneo a questa logica commerciale, anzi sceglie di sfruttarla e, mentre porta avanti la sua battaglia legale contro la ditta che l'ha licenziato decide, per "sbarcare il lunario" di vendere il suo sesso a una turba di lesbiche desiderose di diventare madri, mettendo in atto la più drammatiche delle alienazioni. Con l'ironia e il sarcasmo che lo contraddistingue, il cineasta non solo continua a sfidare i luoghi comuni della cosiddetta razza nera, tutta istinto e potenza sessuale, facendo di Armstrong un oggetto dal plusvalore intrinseco, il primo strumento di procreazione dell'era della globalizzazione, capace di mettere d'accordo donne di colori, religioni ed estrazioni sociali differenti, ma riesce al contempo a realizzare forse una delle più significative pellicole sull'omosessualità femminile, lontana da tutti gli stereotipi di un genere, quello omosessuale appunto, che non avrebbe neanche motivo di esistere.
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