VENEZIA 61 - "Una de dos", di Alejo Hernán Taube (Settimana Internazionale della Critica)
Per fortuna il nuovo cinema argentino non è solo questo sguardo di Taube sui problemi del suo Paese. Cinema fragile che lavora su facili schematismi: piccola cittadina-grande cittadina stessa percezione dei problemi statali e la rassegnazione nella quale ci si fa affossare dalla povertà sfuggita, sebbene per poco, dalla caparbia gioventù di Martin
Per fortuna il nuovo cinema argentino non è solo questo moscio sguardo di Taube sui problemi del suo Paese. Cinema fragile che lavora su facili schematismi: piccola cittadina-grande cittadina stessa percezione dei problemi statali e la rassegnazione nella quale ci si fa affossare dalla povertà sfuggita, anche se per poco, dalla caparbia gioventù di Martin. Estacion Cortes, piccolo villaggio a 80 km da Buenos Aires, è il teatro di questa crisi che si radica senza attutimenti perché va a colpire come la solito i più deboli, che in un paese come l'Argentina più vicino al Terzo Mondo che agl'altri significa tutti, o quasi. Martin, detto "il Biondo", lotta come può per scrollarsi di dosso la rassegnazione che attanaglia anche i suoi coetanei e inizia a collaborare con la criminalità, spacciando denaro falso per conto terzi. E la sua lotta per sopravvivere vorrebbe tramutarsi in qualcosa di più completo, di più umano quando insistentemente chiede amore alla compaesana Pilar e, con la stessa rabbiosa costanza che riversa nel lavoro, l'ottiene. Ma la giustizia cala come una mannaia sul piccolo angolo di felicità che si è ritagliato e disperde nel vento caldo e secco lo sforzo di questo piccolo uomo. Un cinema, quello di Taube, che sembra soffrire della stessa crisi d'identità che vorrebbe sviscerare dall'oggetto stesso della sua indagine e sia il neorealismo italiano (dal quale Taube dice coscientemente di discostarsi) che l'acido "umor negro" dello spagnolo Berlanga sono modelli dal quale il regista non sa attingere né allontanarsi per scavare con un proprio stile in ciò che gl'interessa mostrare. Solo una sequenza da salvare: la fuga di Martin dalla sparatoria che possiede un'angoscia registica ed emozionale che soffoca lo sguardo dello spettatore, che almeno per qualche attimo entra un po' in empatia col film. Davvero magro come bottino di caccia per lo smanioso frequentatore di sale festivaliero.
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