VENEZIA 61- "Howl's Moving Castel", di Hayao Miyazaki (Concorso)

Lo splendore del film sta nella semplicità del tratto, felice scelta che si trasforma immediatamente in punto di forza, essenza di un pensiero-cinema che continuamente sta a cavallo tra le culture del mondo, tra i tempi e i modi della Storia, l'ipotesi di una utopica fusione tra Oriente e Occidente, tra fantasia assoluta e rispecchiamento della realtà

Non esiste la materia come limite, nel cinema magico di Hayao Miyazaki. Lo dice in ogni immagine e lo ribadisce in questo splendido Howl's Moving Castel, dove i mostri escono all'improvviso dalle fenditure delle pareti, si trasformano e si plasmano per effetto di un soffio morbido che li governa, li spinge, li fa esistere e scomparire. Non serve loro neppure la dura consistenza dei corpi per nascondersi, perché  capaci di annullarsi e farsi invisibili (ma, attenzione, pur restando sempre presenti, dietro ad una semplice ombra, dietro l'inganno dei 180 gradi dello sguardo, come ha felicemente intuito il coreano Kim Ki-duk in Three iron, inserito all'ultimo momento nella competizione, capolavoro di semplicità e leggerezza che potrebbe contendere al maestro giapponese dell'animazione il titolo di film più bello di questo concorso).

Lo splendore di questo film sta, prima di tutto, nella semplicità del tratto, felice scelta che si trasforma immediatamente in punto di forza, essenza stessa di un pensiero-cinema che continuamente sta a cavallo tra le culture del mondo, tra i tempi e i modi della Storia, l'ipotesi di una utopica fusione tra Oriente e Occidente, tra fantasia assoluta e rispecchiamento della realtà. Proprio su questo confine "abita" il meraviglioso castello del mago Howl, casetta improbabile e mobilissima, mostro alato lontano dall'immagine Disney di ogni castello da fiaba, creatura vivente e simbolo di un cinema libero e saggio, cui basta il pensiero per spostarsi da una cittadina vecchio stile ad un prato fiorito, dal mondo incantato dell'infanzia all'oscurità minacciosa, ma imprescindibile, di quella stessa natura infantile che, duplice, ci abita e ci accompagna in tutte le fasi della nostra vita. Basta spostare i colori per sbarcare in un luogo o in un altro, per essere visitati dai messaggeri di un re o dagli araldi di una regina.

Il film è tratto da un romanzo per bambini della scrittrice inglese Diana Wynne Jones che Miyazaki ha riscritto senza dimenticare i segni immancabili delle sue opere, tracce autobiografiche (lo splendido personaggio di Sophie sarebbe ispirato alla moglie del regista) e temi ricorrenti (la guerra, con il suo paesaggio di morte che si lascia dietro, anche dopo la fine supposta dei conflitti). In questo panorama così fortemente caratterizzato, la bellezza sembra avere un'importanza determinante, qualità che può essere ben visibile, nello splendore dei capelli biondi del mago Howl (è lui a dire che non vale la pena di vivere senza la bellezza, in una battuta che si sbaglierebbe a voler interpretare troppo letteralmente), in quello buffo del bambino che vive nella buffa fortezza, negli occhi spalancati e così umani del demone del fuoco oppure, soprattutto, nella infinita dolcezza della protagonista, creatrice di cappelli, la cui precisa e aggraziata manualità ritrae l'atteggiamento estetico del regista, che fa volare sempre tutti i suoi amati personaggi, portando il nostro sguardo a librarsi nella vera libertà dell'immaginazione.

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