VENEZIA 61 - "Saimir", di Francesco Munzi (Orizzonti)

Un film sull'Italia prima che un "film italiano", e questa è già una bella cosa... Munzi esordisce nel lungometraggio con una storia di migranti dalla profonda umanità, con un occhio al sociale come è nello stile delle produzioni Orisa, che, dopo "L'erba proibita" continua a lavorare sul rimosso dalle coscienze benpensanti

Saimir in motorino ripreso in un lungo camera-car: la mente corre subito al primo film dei Dardenne Bros., La Promesse, che continuerà a (s)comparire in tutta la visione affiorando nel racconto di un rapporto difficile tra padre e figlio, di amori impossibili, di ribellione disperata. Ma il confronto con la premiata coppia belga rischia di ammazzare un film onesto e a suo modo impegnato, che non chiede riflessioni sull'estetica e sulla messa in scena ma scende nell'ombra della società italiana, nella terra di nessuno dove la clandestinità coatta è motore di derive marginali tra campi Rom e il litorale romano d'inverno. Al contrario ci piace confermare l'attenzione che la Orisa Film di Daniele Mazzocca e Cristiano Bortone, produttori del noto documentario antiproibizionista L'erba proibita, continua a dedicare a tematiche a sfondo sociale, fuori dalle crisi generazionali, dai sentimentalismi e dal cinema coloniale che si produce nel belpaese e che anche in questa Venezia 61 "mostra" tutte le sue debolezze. Accanto alla Orisa c'è Arcopinto, altra voce off, che da anni permette di fare cinema ad un autore come Corso Salani, altrimenti costretto ad operare nell'autorefernziale più che nell'intimo.

Saimir, dal nome del protagonista interpretato dal giovanissimo non-attore albanese Mishel Manoku, in cui Munzi (alle prese da tempo con un documentario sugli Zingari) si è letteralmente imbattuto durante i sopralluoghi con la trouppe in Albania, prova ad interrogarsi sul quotidiano, svela il set da cui la società spettacolare trae i titoli roboanti che terrorizzano i seguaci dei supereroi Bossi-Fini. Saimir aiuta il padre (Xhevdet Feri, uno degli attori più noti d'Albania) a trasportare i clandestini per conto di gang organizzate, le sue giornate sono lunghe peregrinazioni in motorino, in unpaesaggio di lidi smobilitati e sale giochi di quart'ordine che la sociologia spiccia con la logora formula di non-luogo. In questa terra di nessuno il giovane albanese galleggia (non importa che il termine sia acquatico, più che come spazio il paesaggio funge spesso da sfondo) tra l'innamoramento per adolescente indigena Michela e un gruppo di giovani topi da appartamento Rom senza trovare integrazione. Il nucleo centrale è rapporto tra Saimir e il padre ma la differenza tra i due nell'affrontare la situazione di clandestini, sottolineata con la felice scelta di far recitare un attore navigato e un esordiente, porta inevitabilmente alla rottura, al tradimento, alla negazione tanto delle proprie origini quanto dei codici ferrei della sottocultura "teppa life" trovati in Italia. Quando il padre si sposa con un'italiana (acquistando di conseguenza la cittadinanza), con innocenza e gelosia da adolescente Saimir compie un gesto etico da umanità "classica" e perduta. Almeno nel cinema italiano.

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