VENEZIA 61 - "Mar adentro", di Alejandro Amenàbar (Concorso)
Intriso di una smaccata progettualità "etica" malgrado l'instintiva adesione alla vicenda, il film invita il pubblico a varcare la cornice dello schermo abbracciando il mondo interiore del disabile Ramon Sampedro, reso paralitico da uno sfortunato incidente nell'amata distesa oceanica.

Sebbene il corpo immobilizzato dello splendido Javier Bardem riempia la scena di una fisicità accentratrice e magnetica, l'eterna promessa del cinema iberico supera solo apparentemente il patinato surrealismo delle sue precedenti escursioni oltre la "fine" (Apri Gli Occhi, The Others), attaccando le fondamenta dell'elegia cristiana con un registro capace di fonfere i due poli della dialettica vita-morte. Merito della serena risolutezza di un personaggio dalla commovente forza d'animo: bravo lo sceneggiatore Matteo Gil a coglierne l'umorismo e lo spessore intellettuale, meno efficace il regista spagnolo a filmare i rari affrancamenti del racconto dalla propria matrice biografica.
La necessaria fissità della narrazione appare compensata dall'impatto emotivo di dialoghi letterari ma coi piedi per terra, benchè proiettati all'oltrepassamento di confini naturali tanto stringenti. Intriso di una smaccata progettualità "etica" malgrado l'instintiva adesione alla vicenda, il film invita il pubblico a varcare la cornice dello schermo abbracciando il mondo interiore del disabile Ramon Sampedro, reso paralitico da uno sfortunato incidente nell'amata distesa oceanica. Il ricongiungimento col mare costituisce allora un gesto definitivo di vitalità, nella scelta libera e consapevole dell'eutanasia: ecco spiegata la vitalità di una pellicola altrimenti congelata in una fisiologica staticità.
Il coinvoilgimento empatico diventa allora strumento di persuasione che passa attraverso un testo lontano da facili patetismi, se non fosse per le invasive composizioni musicali dello stesso Amenàbar. L'approccio deduttivo dall'intimo all'universale rispecchia una tendenza politica puntualmente esibita dalle pellicole in concorso a Venezia, eppure il processo d'astrazione viene qui soppresso da una devozione quasi hollywoodiana (non a caso) verso il racconto. Benchè non manchi certo di ritmo ed enfasi drammatica, la pellicola si limita a sondare quella anelazione di eternità invocata spesso con la parola ma mai raggiunta attraverso le immagini, a parte qualche sequenza di spicciolo liricismo colpevole di svilire la potenza di un sogno.
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