VENEZIA 61 - "Occhi di cristallo", di Eros Puglielli (Mezzanotte)

Dopo i primi, virulenti e convulsi venti minuti di traballamenti forzuti della maccchina a mano e di sfrontati attacchi di montaggio all'udito e alla cornea, Puglielli si perde in "Seven", nel cinema di Argento e in un videoclippistico post-modernismo accompagnato da una morbosetta cura dei dettagli anatomo-patologici alla Infascelli

Un occhio, non di cristallo ma di umano cristallino, che invade e asfissia lo schermo è l'immagine thriller che apre le danze della prevedibilità e del citazionismo di rapina che caratterizza il film di Puglielli. Dopo i primi, virulenti e convulsi venti minuti di traballamenti forzuti della maccchina a mano e di sfrontati attacchi di montaggio all'udito e alla cornea, Puglielli sembra ancora imprigionato in un bozzolo da "cortista" (nonostante questa sia la sua opus n°3 nel lungometraggio), gli si mozza il fiato e l'afflato registico e si perde in Seven, nel cinema di Argento e in un videoclippistico post-modernismo accompagnato da una morbosetta cura dei dettagli anatomo-patologici alla Infascelli. Anche qui, infatti, è di scena uno spietato serial-killer con passato devastato e devastante legato all'età infantile che lo assilla e lo guida nella sua meticolosa escalation di morte dove è componente fondamentale non solo una bambola dal sapore "argentiano", ma tassidermiche manie sulla scia de Il silenzio degli innocenti, un ispettore (un poco credibile Lo Cascio perennemente in nero tra Neo di Matrix e il piedipiatti di un polar) che si allinea all'omicida dovendo fermare alcuni tormentanti fantasmi del passato per arrivare a sbarrare la strada alle azioni criminose dello squilibrato, il collega che cerca di gli eccessi, la giovane piacente e in pericolo che finisce a letto col detective... ci fermiamo qui. La "danza macabra" orchestrata al ritmo di folle corsa destrutturata dal regista romano si affida alla fisicità malsana di estetismi, onirismi, flashback e vibrazioni dell'inquadratura che tentano di squarciare il telo bianco della nostra sensibilità (e suscettibilità), ma il taglio non è profondo e la "ferita" si rimargina subito senza lasciare tracce (o quasi) dietro di sé. Alla fine ci manca proprio il gorgo d'acqua (e sangue) che finisce nello scarico di una doccia o di un lavandino per completare il campionario del déjà-vu... per fortuna almeno questo Puglielli ce l'ha risparmiato. 

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