VENEZIA 61 - "L'intrus" di Claire Denis (Concorso)
Un cinema estremo e di grandiosa tattilità quello della Denis, non solo da guardare ma da annegarcisi dentro, per restarne sommersi visto che offre possibilità di alterazioni percettive uniche. Una sfida totale da accettare. Ne vale davvero la pena.
Il cuore tormentato di Claire Denis. L'intrus è un film sull'esigenza di un'erranza continua, sulla dissoluzione dello spazio che apre il cinema della regista francese verso mondi nuovi. Apprentemente si può guardare la pellicola come un film sul viaggio. Ma solo in maniera parziale. Non ci sono infatti traiettorie orizzontali, ordinate nel percorso che il protagonista Louis Trebor (Michel Subor) compie dalle montagne francesi del Giura al confine svizzero, da Pusan in Corea del Sud fino ai mari del Sud mentre è in attesa di un trapianto cardiaco. I luoghi vengono guardati invece come se si trattate di proiezioni della memoria, delle immagini quasi accelerati nel tempo della durata del film che corrono quasi in maniera pulsante, anche troppo veloce. La velocità di L'intrus appare essere, in questo senso, direttamente proporzionale alle pulsazioni cardiache. I colori che mutano dal malva-tetro al verde violetto non appaiono infatti così come sono, ma modificati dallo stato soggettivo (la salute, le emozioni) del protagonista che viaggia come per catturare nuove avventure, nuove sfide. In ciò che viene inquadrato appare esserci la traccia della pittura di Gaugin, forse più definita, combinata con la traccia narrativa di I mari del sud di Stevenson. Ma la pellicola della Denis ha anche un legame forte con il racconto autobiografico di Jean-Luc Nancy dove la parola del libro diventa materia visiva, dove ogni inquadratura è come se fosse alla ricerca di qualcosa di vergine non tanto da mettere in scena ma da vivere dentro la scena. Lo sguardo della Denis si confonde dentro i corpi dei protagonisti, sta attaccata epidermicamente ai loro corpi con una potenza degna di Nenette e Boni e Beau travail , viaggia a differente temperature dal caldo dei mari (con la stessa forza sperimentale con cui Weir mostrava le isola dei Galapagos di Master & Commander) al freddo dei luoghi innevati, con quel senso distruttivo nell'attraversarli simile a Il tempo dei cavalli ubriachi. Il film della Denis frammenta ogni soluzione narrativa perché L'intrus vive soprattutto di flussi disordinati, di proiezioni dove si perdono le prospettive, i contorni definiti ma soprattutto di figure che appaiono frequentemente come provvisorie reincarnazioni, tra la vita e la morte. Un cinema estremo e di grandiosa tattilità quello della cineasta francese, non solo da guardare ma da annegarcisi dentro, per restarne sommersi visto che offre possibilità di alterazioni percettive uniche. Una sfida totale da accettare. Ne vale davvero la pena.
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