VENEZIA 61- "Una de dos", di Alejo H. Taube (Settimana della critica)
Film caratterizzato dall'urgenza di raccontare e di trovare le immagini che rendano conto della crisi contemporanea, "Una de dos" è un film sulla scelta, sulle dinamiche del potere economico sui corpi, sugli affetti e sui comportamenti.
Ciò che colpisce immediatamente in "Una de dos" di Alejo H. Taube, opera prima del giovane regista argentino, è la sua urgenza. Il film nasce dalla necessità di raccontare una crisi politica ed economica - quella argentina esplosa nel dicembre del 2001 - che diventa anche l'occasione per interrogare lo sguardo del cinema, la sua possibilità di dar corpo alle inquietudini e alle fratture che attraversano la scena mondiale. Il titolo folgorante (una delle due) implica già una scelta (morale, estetica, politica); indica, soprattutto, la necessità qui ed ora di una scelta là dove crolla ogni sicurezza, ogni stabilità. Taube sceglie di allontanarsi da Buenos Aires e di raccontare un mondo ai confini della metropoli, piccole storie di sopravvivenza, di amori e di desideri, di attese e di delusioni. Ma ogni gesto, ogni parola è in realtà determinata da un altrove, da una crisi economica che emerge attraverso le immagini della televisione ma che non è lontana, anzi. La condizioni materiali dell'esistenza permeano la vita di uomini e donne determinandone anche il linguaggio, gli affetti, i comportamenti. Se il centro della crisi appare lontano, i suoi effetti non lo sono affatto e il microcosmo del paesino dove Taube ambienta le sue storie diventa la possibilità di sperimentare gli effetti della politica sui corpi, sulle esistenze, sui sentimenti stessi delle persone. Cronaca ed esistenza si incontrano in una delle sequenze centrali del film, in cui tre ragazzine, passeggiando per le vie deserte della città di Lujan si fermano dinanzi ad un negozio di televisori. Attraverso la vetrina tre sguardi osservano in silenzio le immagini dei saccheggi, della rivolta della popolazione della capitale; le immagini diventano via via più grandi sino a coincidere con i bordi dello schermo. La grana del digitale riversato in pellicola (il formato con cui sono girate le scene nel paese) si sovrappone alla grana delle immagini in sedici millimetri (con cui sono girate alcune scene a Buenos Aires durante i saccheggi); pellicola e video si intersecano sino a perdere ogni distinzione tra massa e singolo individuo, tra esistenza collettiva ed individuale. Il corto circuito è quindi fecondo: spostare lo sguardo, deviare il punto di vista da ciò che apparentemente rappresenta il centro della crisi (la rivolta di Buenos Aires), permette a Taube di indagare le contraddizioni e i conflitti che costituiscono la crisi stessa, facendo di un microcosmo come quello del piccolo paese, un laboratorio per nuove narrazioni e per nuovi racconti. In "Una de dos" allora, il minimalismo - che caratterizza molto del giovane cinema argentino degli ultimi anni -, trova la sua legittimazione come nuova forma di sguardo politico ed estetico sulla realtà, diventa, cioè, la forma attraverso cui indagare le dinamiche biopolitiche dell'esistenza contemporanea.
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