"Eros", di Wong Kar-Way, Steven Soderbergh, Michelangelo Antonioni

Un film penalizzato dalla mancanza di ispirazione dell'idea di base (rendere in immagini l'inafferrabile essenza dell'erotismo) e che, dopo il mirabile episodio di Wong, scivola purtroppo nel baratro dell'imbarazzo espressivo.

Spiace che sia così, ma è davvero difficile non riconoscere che uno degli eventi annunciati della 61° Mostra di Venezia, il film a sei mani Eros, che ha riportato alla regia Antonioni nove anni dopo Al di là delle nuvole, è una mezza delusione, o forse anche qualcosa di più. Prima di tutto per la mancanza di ispirazione dell'idea di base (quale sarebbe poi? Rendere in immagini l'inafferrabile essenza dell'erotismo? Sai che novità!) e, poi, più nel particolare, per la progressiva discesa nel baratro dell'imbarazzo espressivo, partendo dal segmento di Wong Kar-Way (The Hand), proseguendo con Soderberg (Equilibrium) e concludendo, purtroppo non in bellezza, con Antonioni (Il filo pericolo delle cose).

Inutile a dirsi, visto anche l'approdo stilistico dopo In the Mood for Love e 2046, Wong è l'unico dei tre autori ad avere qualcosa da dire sull'erotismo e a lasciare un segno con il suo episodio. La storia è quella delicatissima e sommessa dell'amore silenzioso tra un timido sarto e una prostituta d'alto bordo, i quali, in anni di rapporto giocato unicamente sul sottile gioco della misurazione del corpo della donna, vivono un solo episodio erotico, una casta masturbazione grazie alla quale la mano femminile diventa, nello stile particolareggiato ed estenuante di Wong (specchi, frammenti di corpi, vestiti, lenti movimenti di macchina), sogno feticista e oggetto cinematografico da adorare.

Dopo Wong, il livello cala, e non di poco. E se per Soderbergh, autore di un divertente filmetto in cui un paziente racconta un ricorrente sogno erotico a uno psicanalista distratto, si può concedere l'attenuante della clamorosa gaffe del protezionista di Venezia, che ha montato una pizza sbagliata facendo così perdere il filo del discorso, per Antonioni un giudizio è forse addirittura superfluo, tanto il suo Il filo pericolo delle cose, ed è qui il vero dispiacere, è inutile e rabberciato, costruito sul solito litigio senza profondità tra un marito e una moglie ricchi, belli, annoiati, stranieri e decisamente stronzi, in mezzo ai quali si infila un'italiana tonda e carnosa, la quale seduce prima l'uomo e poi, forse, dopo una danza nudista sulla spiaggia che si vorrebbe erotica, anche la donna.

Ci si chiede, insomma, cosa c'entrino Soderbergh e Antonioni con l'erotismo, dal momento che uno è diventato famoso con un film, Sesso, bugie e videotape, che parlava di onanisti impotenti incapaci di godere dell'amore fisico (e pure qui si parla di un amore sognato, mai posseduto), e l'altro è l'inventore del cinema dell'incomunicabilità e, probabilmente, il responsabile di gran parte del cinema d'autore contemporaneo, nel quale sovente uomini e donne si guardano negli occhi senza vedersi (preferiscono rivolgersi all'indefinito fuori campo) e l'erotismo è rabbioso, quando non assente, e l'amore svuotato di carnalità o, proprio come in un episodio di Al di là delle nuvole, impedito nel momento stesso in cui si compie.

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