INTERVISTE - "Un film non è un'aula di tribunale perciò io e Luc amiamo tutti i nostri personaggi, anche quelli più cattivi". Incontro con Jean-Pierre e Luc Dardenne

Amore, umanità, intese, neorealismo, occidente e periferie. In una livida giornata di pioggia i due Dardenne sciorinano la loro personale visione del cinema e del mondo.

Sono passati sei mesi dalla Palma d'oro conquistata a Cannes per L'Enfant e Jean-Pierre e Luc Dardenne ci confermano che il loro cinema non è sempre facile visto che i loro riflettori si accendono solo sui perdenti, sugli emarginati. I due autori non hanno mai nascosto il loro debito verso la lezione del neorealismo: inseguono i loro personaggi, vivisezionando azioni e stati d'animo ma parte della loro grandezza è racchiusa dalla totale assenza di giudizi morali. In una livida giornata di pioggia abbiamo posto alcune domande ai due registi a Roma per la promozione del film.

In Italia L'enfant sarà accompagnato dal titolo Una storia d'amore. Di quale amore si parla?

Luc Dardenne: Il titolo della versione italiana si riferisce all'amore che scopre il protagonista Bruno. All'inizio non ha sentimenti, lo vediamo sempre alle prese con i suoi piccoli traffici illeciti ma poi arrivano Sonia ed il loro bambino, Jimmy. Ed è con loro che Bruno finalmente scopre la grande portata dell'amore.

Ultimamente avete dichiarato che l'idea dei film è nata durante le riprese de Il figlio. Potete spiegarvi meglio?

Luc Dardenne:Tutti i nostri film raccontano storie di personaggi emarginati, ad ogni modo spero che anche la casualità abbia uno spazio in tutto ciò... La genesi de L'enfant in realtà è proprio quella accennata. Mentre giravamo a Seraing abbiamo notato una ragazza che spingeva nervosamente una carrozzina e quell'immagine ci è tornata in mente dopo due anni. Inizialmente avevamo pensato ad una ragazza con una carrozzina che  cercava un padre per il suo bambino, poi nella nostra storia è arrivato Bruno e il neonato aveva così trovato un padre.

Anche in L'enfant si avvertono gli echi della "teoria del pedinamento". In qualche modo è una teoria espressiva da cui vi sentite influenzati?

Luc Dardenne:Credo che nel nostro mestiere non si è mai liberi. Anche quando uno pensa di esserlo in realtà non lo è, in nessun caso. E' chiaro che conosciamo molto bene la filmografia cui fa riferimento, in particolare quella di Rossellini e Pasolini, ed è evidente che quando abbiamo iniziato a girare i nostri film tutte queste influenze sono tornate a galla. Il nostro background è molto impregnato dei grandi maestri del cinema italiano. Il film è quasi privo di colonna sonora e la musica fa la sua comparsa solo in una scena. Come spiegate questa scelta stilistica?

Jean-Pierre Dardenne: Non è stata una scelta a priori, di certo non l'abbiamo deciso a tavolino. Girando, abbiamo visto semplicemente che non c'era posto per la musica.

Da dove nasce il vostro interesse per temi così difficili? I vostri personaggi hanno sempre una vita durissima...

Jean-Pierre Dardenne: E' una domanda che richiederebbe una risposta molto complessa... Quel che è certo è che un film non è un'aula di tribunale perciò io e Luc amiamo tutti i nostri personaggi, anche quelli più cattivi. Bruno è un ragazzo che vive nel mondo di oggi, a noi piacciono molto le storie di iniziazione. Attraverso l'amore di Sonia e aiutato anche da molti altri elementi, Bruno  riesce a scoprire i sentimenti e l'umanità. Non a caso nel finale sarà quasi sopraffatto dalle lacrime: il suo è un pianto liberatorio.

Come vi comportate con gli attori?

Luc Dardenne:Non abbiamo un metodo preciso, in genere cerchiamo di passare con loro un po' di tempo. Per L'enfant abbiamo passato due mesi e mezzo con i due protagonisti ma non per produrre risultati ai fini del film. Quello che ci interessava era sentire insieme a loro lo spirito del luogo, cercando di scoprire il carattere distintivo di quella che possiamo definire la musica del film.

Luc Dardenne: Nulla di particolare. Spero che anche in Italia gli spettatori adottino il nostro bambino!

Qual è la vostre visione sulla società occidentale attuale?

Jean-Pierre Dardenne: Potremmo parlare ininterrottamente degli effetti catastrofici della nostra società ma, tutto sommato, non mancano segnali di speranza. Vale sempre la pena di vivere, anche se  oggi le società occidentali sono meno rispettose delle uguaglianze rispetto a trent'anni fa. Non so se esiste anche in Italia, ma in Francia e in altri paesi nordeuropei esiste un movimento di donne musulmane, "Ni putes ni soumises" ("Né puttane né schiave") che si battono per l'emancipazione della donna  e per l'emancipazione sociale: sono queste, oggi, le uniche cose per cui vale la pena combattere.

Fin dagli inizi della vostra carriera avete sempre lavorato insieme. Qual è il segreto di questa intesa?

Jean-Pierre Dardenne: E' vero, stiamo sempre insieme ma cerchiamo di alternarci durante le riprese: se uno di noi è alla macchina da presa l'altro è piantato davanti al monitor per controllare il girato. Le decisioni sono prese comunque in totale autonomia. Quanto alla sceneggiatura, in genere è sempre Luc a scrivere la prima stesura. Non è un modo di dire ma quando lavoriamo diventiamo una sola persona. E per il futuro non abbiamo alcuna intenzione di separarci, andando avanti con gli anni diventiamo sempre più dipendenti uno dall'altro...

Dopo L'enfant avete iniziato a lavorare su un nuovo progetto?

Jean-Pierre Dardenne: Se e quando riusciremo a fare un altro film ci piacerebbe ambientarlo in una periferia di una città europea, raccontando la storia di una madre che vive con figli molto violenti. Per ora non abbiamo avuto tempo neanche per iniziare a parlarne: è dal 15 giugno che siamo in giro per accompagnare l'uscita de L'enfant, impossibile avere spazio per occuparci d'altro.



 

 

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