Il cuore nero di “Alì”, di Michael Mann
Mann trasforma il suo film in un balletto, splendido musical leggero leggero. C’é uno scarto visivo/sonoro tra l’azione dell’avversario e quella del protagonista: dove nel primo c’è il rumore sordo dei pugni, nell’azione dell’altro torna, soave, la musica, e la scena d’incanto si trasforma in una magnifica danza, vera poesia del ring
“Alì” è un film biografico esattamente quanto “Insider” era un film di denuncia sociale, “Heat” un thriller e “L’ultimo dei Mohicani” un film storico. Ma lo è se ci limitiamo a guardare il film con gli occhi che abbiamo nella testa, o meglio se separiamo, come spesso la critica fa, l’atto del guardare dall’atto del “sentire”.Ma per fortuna il cinema, a volte, ci stappa fuori gli occhi dalla testa e, come un mostro cronenberghiano, ci riproduce sensi dappertutto, ed eccoci trasformati in strani esseri che guardano con le gambe, i piedi, le spalle, le viscere, il sangue, il respiro, ecc...
E quando poi questo accade con quello che viene definito uno tra i più “freddi” e glaciali cineasti contemporanei (ma ovviamente noi non siamo assolutamente d’accordo!) il piacere e la devastazione del corpo/spettatore è ancora maggiore, e, anche se solo per un paio d’ore, non possiamo non sentirci un po’ più liberi. Liberi di giocare con il nostro sguardo, con il piacere emozionale che ci procura la visione.
Mann “cattura” dieci anni della vita di quell’icona della cultura nera che è stato (ed è) Cassius Clay/Muhammad Alì, dalla sua vittoria del 1964 contro Sonny Liston, dove a sorpresa divenne per la prima volta campione del mondo dei pesi massimi, fino a 1974, quando si riprese il titolo che gli era stato scippato per essersi rifiutato di partire per il servizio militare. Alì è un personaggio “enorme” del ‘900, e la sua storia racchiude dentro tante storie, tante problematiche, c’era dunque tanto di quel materiale da farne un kolossal infinito, di quelli che tanto piacciono all’establishment hollywoodiano che di solito li ricopre di Oscar.
Ma Michael Mann ha preferito lavorare per sottrazione, almeno dal punto di vista biografico, sportivo e anche politico sociale. Ma non certo dal punto di vista visivo/sonoro. Perché “Alì” e soprattutto una sinfonia, no, una ballata, no, una jam session musicale, che sin dalla prima straordinaria sequenza ci scaraventa dentro la storia, al personaggio, al ring. Senza introduzioni, mediazioni, Cassius Clay viene mostrato correre nella notte mentre in un locale (per neri) il soul e il rhytmn and blues scatena i corpi nella notte. Ma la musica non muore, e sulle stesse note ci ritroviamo sul ring bianco dove due neri si scontrano per il titolo di campione del mondo. Ma non siamo di fronte né all’epica stalloniana né alla ricostruzione millimetrica di Scorsese/DeNiro. Mann consapevole di trovarsi di fronte non solo il pugile più grande, ma un personaggio che come pochi, va davvero al di là dello sport che ha praticato, trasforma il suo film in un balletto, splendido musical leggero leggero, dove di Alì vengono inquadrati solo i piedi, dove c’é uno scarto visivo/sonoro tra l’azione dell’avversario e quella del protagonista: dove nel primo c’è il rumore sordo dei pugni, l’impatto violento del guantone, nell’azione dell’altro torna, soave, la musica, e la scena d’incanto si trasforma in una magnifica danza, vera poesia del ring. E Alì danza, volteggia nel quadrato e gli avversari lo rincorrono, lo rincorrono vanamente. “La mano non può colpire ciò che non può vedere”, grida Alì in una delle sue innumerevoli performance fuori dal ring, e la rappresentazione dell’incontro con Sonny Liston gioca proprio su questa “invisibilità” di Alì per i suoi avversari. Troppo veloce Alì, troppo rapido il suo gioco di gambe, troppo “avanti” il suo personaggio per gli altri pugili (e non solo).
Ma il mondo è presente, e la storia, le persone, i corpi vicini/lontani al personaggio di Alì. Ed ecco la figura, centrale di Malcolm X, vero cuore dell’avvicinamento del pugile ai Musulmani neri d’America, e il modo sottile, ma d’impatto emotivo straordinario, con cui Mann riproduce l’assassinio di Martin Luther King, colpisce per la sua semplicità e sincerità di sguardo, che è sempre nel vivo della storia ma anche ai margini, proprio lì vicino.Il film si articola in tre grossi blocchi, Alì che diviene il campione, Alì che si rifiuta di fare il servizio militare (“ i Vietcong non hanno nulla in sospeso con me”), Alì che torna sul ring, fino alla vittoria nello Zaire con Foreman del 1974. In questo il suo essere uomo indipendente, spiato dall’FBI che temevano che la forza simbolica potentissima del pugile si trasformasse in un leader politico, con il suo entourage di amici veri e altri interessati, con le sue varie mogli, ecc.. Ma se cerchiamo nel film tutta la storia di Mohammad Ali saremo delusi, perché non ci mostra le vere difficoltà con la prigione, né i postumi dell’incontro con Frazier (soprattutto per il pugile che ne uscì - solo sul ring - vincente), né la rivincita poco tempo dopo. Perché Mann preferisce scegliere due tre momenti e su quelli stringere il suo occhio/cuore, strizzandone ogni momento al massimo della potenzialità.
E allora dieci-venti minuti di “session” iniziale per il primo incontro per il titolo, e un lunghissimo pezzo di film che si addentra fin nelle pieghe di un’Africa mai rappresentata così come un’icona, quasi un simbolo dei movimenti di rivolta degli afroamericani. Alì corre per le strade in allenamento, ragazzi africani gli si stringono intorno e lo trasportano nel cuore dell’Africa, quel cuore nero che gli darà la forza quasi magica per sconfiggere l’invincibile Foreman. E nonostante tanto si sappia su quell’incontro, tanto si sia visto anche recentemente (il film documentario “Quando eravamo re” di Leon Gast è di pochi anni fa) Michael Mann, che non è interessato alla Storia e basta, ma alle microstorie dell’immaginario collettivo che Alì scatena, coglie in quel corpo che, per la prima volta, non gioca sull’invisibilità per l’avversario ma su una sorta di espiazione - Foreman che lo attacca e colpisce reiteratamente per tutto l’incontro - una sorta di emblema, rappresentazione della sofferenza ( ma anche del successivo riscatto) di un intero popolo/nazione. Alì consapevolmente si prende tutte le sofferenze del suo popolo, non è più il ballerino che volteggia nel ring imprendibile e musicale. Diviene il corpo dell’espiazione del dolore, ma più ne prende e più continua a dire al suo avversario potente :”non sai far di meglio, femminuccia?”. E Michael Mann, che ci racconta il ring come mai lo avevamo visto fino ad oggi, con il corpo/steadycam che sostituisce il corpo pugile in un lavoro di coreografie, riprese e montaggio davvero unico, ci regala l’ennesimo capolavoro che ci lascia attoniti, perché il film ci fa lo stesso effetto che Alì doveva fare a i suoi avversari: ci stordisce, come se non fosse uno solo ma quattro o cinque, tutt’intorno a noi.
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