VENEZIA 63: "Koorogi" (Crickets), di Aoyama Shinji (Orizzonti)

Il quarantenne regista non sarebbe certo una sorpresa per il pubblico di Cannes, lo è probabilmente per il Lido, dove ha presentato un film "deviato", che certamente non si discosta più di tanto dai suoi precedenti lavori. Chiudere gli occhi poco prima di entrare nel quadro rivoltante e sinistro al di qua, puro e ingenuo al di là.

Assistente di Kurosawa Kijoshi ed ex corrispondente dal Giappone per "Cahiers du Cinéma", il quarantenne regista non sarebbe certo una sorpresa per il pubblico di Cannes, lo è probabilmente per il Lido, dove ha presentato un film "deviato", che certamente non si discosta più di tanto dai suoi precedenti lavori. Autore nel 2000 di Eureka, di Desert Moon nel 2001 e soprattutto nel 2005 di Eli Eli, Lema sabachtani? (tutti presentati alla Croisette e l'ultimo vincitore della sezione Un Certain Regard), si muove contorcendo la commedia romantica con il sapore decadente del minimalismo visivo e sprazzi di immaginario horror. Kaoru è una donna ricca abbandona la città e si trasferisce in un cottage ad ovest del Giappone, dove trascorre una vita tranquilla. Qui si prende cura di un uomo anziano, cieco e muto, e lo tratta come se fosse un animale domestico, un bambino. La donna crede di aver raggiunto la pace dei sensi e la perfetta realizzazione della propria vita, sentendosi utile e indispensabile per quell'uomo. È naturalmente solo un rifugio dal mondo che lentamente si trasforma in patologica dipendenza, anche fisica. Il limite tra realtà e sogno salta definitivamente quando compare una strana coppia di ragazzi pronta a farle credere ad un misterioso caso di genocidio religioso inflitto ai cattolici giunti in quei luoghi molti secoli prima. Poco lontano dal cottage sembra esserci una grotta misteriosa in cui sembrano essere stati seppelliti tutti i morti di quella tragedia e dove ancora si verificherebbero strani fenomeni paranormali. Anche l'anziano uomo comincia a mostrare un ambiguo attaccamento morboso con Kaoru e lo spettatore a poco a poco perde ogni certezza narrativa, come pure quella l'iniziale e sicura cecità. Aoyama destabilizza suoni e immagini, combina apparizioni e sparizioni senza soluzione di continuità e soprattutto lavora audacemente sulle arcaiche e sulfuree paure per sfuggire da catalogazioni di genere. Come De Oliveira che cerca disperatamente al Lido il presidente di giuria Catherine Deneuve per mostrarle la sua "nuova" Severine di Belle de Jour in Belle Toujours, materializzatasi in un altro corpo, forse quello di Bunuel e il suo "paradossale" pudore, al cospetto di Michel Piccoli, mefistofelico/cattolico, quale anima del regista portoghese, lo stesso Aoyama cattura rari flash di razionalità di Koorogi, per un cinema che invita a chiuderli gli occhi poco prima di entrare nel quadro rivoltante e sinistro al di qua, puro e ingenuo al di là.

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