Ancora su "300" e la mancanza di trasparenza dello sguardo
Impressionante la sistematica e deliberata "programmaticità demolitrice" con la quale il lungometraggio di Zack Snyder è stato trattato ed attaccato senza mezze misure, segno di un'incapacità di raggiungere quella trasparenza ed innocenza dello sguardo che risulta più che mai necessaria per porsi dinanzi ad un film come "300"

La difficoltà di vedere oltre lo schermo, di spogliarsi dei pregiudizi, di rendere puro lo sguardo privandolo di dannose contaminazioni politiche. Sono i grandi problemi che da sempre affliggono la quasi totalità della critica cinematografica nazionale. L'incapacità di raggiungere quella trasparenza ed innocenza dello sguardo che risulta più che mai necessaria per porsi dinanzi ad un film come 300. Impressionante la sistematica e deliberata "programmaticità demolitrice" con la quale il lungometraggio di Zack Snyder è stato trattato ed attaccato senza mezze misure. Sono state estratte dal cilindro le più becere argomentazioni - prevalentemente di carattere politico - per demonizzare questo film. Nemmeno è stata apprezzata l'audacia del regista di portare forse ad un punto di non ritorno la (fanta)tecnica cinematografica usata nel nostro contemporaneo: la computerizzazione degli sfondi miscelata al live action ed ai corpi dei protagonisti. Praticamente 300 è stato distrutto sotto tutti i punti di vista possibili ed immaginabili. Evidentemente le cose non sono poi molto cambiate rispetto a mezzo secolo fa, quando i "giovani turchi" dei Cahiers du Cinéma esaltavano il cinema americano cercando di far apprezzare autori perennemente massacrati dalla critica conservatrice e reazionaria (l'esempio più lampante è Alfred Hitchcock, regolarmente bistrattato per poi, a distanza di anni essere riconosciuto come autore modernissimo di cinema "totale" e non semplicemente di genere). Le cose non sono cambiate. No. Le continue accuse rivolte ai registi americani non si sono fermate, anzi, si moltiplicano a dismisura. Quello che non piace, quello che disturba, è avere il coraggio di osare, di provare a rompere gli schemi di un cinema ingabbiato, mummificato che rischia di auto fagocitarsi se non trova delle vie di uscita, nuove strade per cercare di dire e mostrare qualcosa di diverso e innovativo. Rivoluzionario. Qualcosa di dirompente. Il nuovo ha sempre fatto paura, spaventato. Così fanno paura i vari Mel Gibson, Michael Bay, Renny Harlin, Rob Cohen e da ultimo Zack Snyder che sebbene con approcci differenti, cercano di raccontare "altro". E proprio sull'attacco rivolto a Snyder di fare un cinema politico (??) viene da sorridere. 300 non è altro che una metafora sull'attuale crisi tra Oriente ed Occidente, dove gli spartani sono i buoni, belli e muscolosi americani mentre i persiani sono i cattivi, pederasti e brutti iraniani di oggi e perché no, anche iracheni. Semplicemente delirante. E' questa sciattoneria, questo pressappochismo e superficialità di visione e di giudizio che dovrebbero spaventare e non il blockbuster holliwoodiano. Perché qui si tratta di cecità bella e buona. I significati di un film come 300 sono altri. L'esaltazione dell'amicizia, un senso epico del racconto difficilmente visto al cinema negli ultimi tempi, una sperimentazione tecnologica su un modo nuovo di mostrare scene di lotta, un senso del sacrificio e dell'amore tali, da far accapponare la pelle. Bisogna dunque aver vergogna di girare, distribuire e guardare un simile lavoro? Bisogna aver paura di parlarne bene e dire chi se ne importa se Snyder ha focalizzato il suo punto di vista, enfatizzandolo in maniera esponenziale, sul gesto eroico degli spartani - così come del resto aveva fatto Miller nel suo fumetto - senza essere stato neutrale? Pensiamo di no. Quello di cui bisogna aver paura è altra, ben diversa cosa. La cecità dello sguardo. Il cinismo di giudizio. L'avversione verso il nuovo, "diverso" modo di interpretazione ed impostazione del fare cinema oggi.
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