CANNES 55 - Il Cinema dopo il cinema: "Demonlover" di Olivier Assayas

Probabilmente "Demonlover" è il tentativo più radicale compiuto da un cineasta post-nouvelle vague di pensare un-oltre-il-cinema. Infatti il cinema è completamente assente dall'orizzonte politico del film. Scevra di qualsivoglia forma di nostalgia, "Demonlover" è un'opera quasi funeraria nel suo rigore.

Dire che Demonlover, l'ultimo film di Olivier Assayas presentato ieri in concorso, fosse molto atteso è dire poco. Reduce dalle terribili incomprensioni suscitate da "Le destinees sentimentales", Assayas è come se avesse voluto recidere ogni traccia tra se e la sua opera precedente. Scriverne a caldo è impresa non facile. "Demonlover" si situa con grande coraggio in uno snodo cruciale del rapporto tra immaginario, tecnologia e mutazioni strutturali della comunicazione per immagini. Si intuisce che si tratta di un'opera importante e che ci accompagnerà per molti anni a venire ma il film, come un seducente oggetto discreto, si chiude provocatoriamente su stesso e sfida costantemente lo sguardo a precipitarsi in mondi non ancora visti. Spiraliforme come il più paranoico dei romanzi di William Gibson, Assayas riprocessa il suo cinema filtrandolo attraverso un coacervo complesso di segni e superfici. Probabilmente "Demonlover" è il tentativo più radicale compiuto da un cineasta post-nouvelle vague di pensare un-oltre-il-cinema. Infatti il cinema è completamente assente dall'orizzonte politico del film. Lavorando (sembrerebbe) su un'intuizione forte di Christophe Gans, Assayas mette in scena il mondo dei videogiochi come se si trattasse non dell'ultima delle innovazioni dell'audiovisivo, ma della mutazione definitiva del cinema e quindi aperta a una serie ulteriori di mutazioni tutte da vivere, mettere in scena. Scevra di qualsivoglia forma di nostalgia, "Demonlover" è un'opera quasi funeraria nel suo rigore. Al contrario di "New Rose Hotel", dove l'apparato tecnologico era funzionale solo allo smarrimento sentimentale del protagonista,"Demonlover" sembra quasi che tenti di tracciare una nuova epistemologia di un sentire tecnologico. L'immagine è l'immagine è l'immagine...
Nella storia di Diane, executive doppiogiochista di una corporation tecnologica che finisce nelle maglie di un complotto di cui è artefice e vittima, viene ripensato radicalmente il nostro rapporto con la comunicazione visiva e le diverse velocità che inevitabilmente sono coinvolte nel processo.
Assayas si pone sino in fondo il problema della fine del cinema e mette in campo la carne, autentico enigma del panorama massmediale contemporaneo, e i segni, segni che si dispongono come tessere di un mosaico privi di profondità. L'unica profondità possibile è l'immanenza vertiginosa del segno alla sua immagine che non rimanda ad altro che alla sua stessa superficie.
Per complessità filosofica e teorica, "Demonlover" è pari solo a "Videodrome" e "New Rose Hotel", questo lo si puo affermare senza timore di errori. Da registrare, per la cronaca, il rifiuto isterico della Debussy alla fine della proiezione e lo smarrimento inquieto sui volti dei giornalisti.
Lo si diceva all'inizio di questa breve nota: sul film bisognerà ritornare, pena l'incomprensione stessa del nostro rapporto con il cinema oggi. Assayas in questo senso, con uno scarto coraggiosissimo, si è allontanato dal cinema per verificare, negativamente, cio che lo ha reso strumento di comunicazione privilegiato di intere generazioni e vedere ciò che ne ha preso il posto. "Demonlover" in questo non puù e non vuole fornire risposte. Cio che conta, al momento, è lo smarrimento. Ci sembra un buon punto per iniziare a ragionare sulle immagini. Oggi.
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