CANNES 55 – “Les fils” di Luc e Jean-Pierre Dardenne (concorso)
Lo stile così vistoso dei Dardenne è già segno distintivo, riconoscibilissimo, di un cinema che sembra quasi aspirare a quella purezza bressoniana, composta da un set povero, con i mezzi profilmici strettamente indispensabili
Opera di un inseguimento, di un pedinamento. Un uomo, un carpentiere di mezza età, insegue un ragazzo che vuole lavorare nella sua ditta attraverso le strade della città, nei pressi del suo appartamento. “Les fils”, come “Rosetta” e in parte “La promesse”, si muove ancora sulla violente interruzione della linearità di sguardi, nei movimenti che seguono una fisicità quasi cardiaca. La macchina da presa dei Dardenne si attacca ancora alla pelle dei personaggi, al loro corpo, componendo per certi momenti delle autentiche false soggettive in cui sembra di vedere il mondo parzialmente deformato dalle lenti degli occhiali di Olivier. Il protagonista di “Les fils” vive nel dramma di un’esistenza non più ricomponibile, segnato da una tragedia che lo ha posto in uno stato in cui la propria esistenza sembra scorrere solo parallelamente ma mai dentro la propria vita. Come nelle precedenti due opere, il cinema dei Dardenne cattura respiri, rumori (quello del martello, dei segni di una matita, delle tavole del legno che sbattono) in cui nell’immagine si cerca un difficile, improbabile congiungimento del corpo con la materia. Certamente il loro stile così vistoso è già segno distintivo, riconoscibilissimo, di un cinema che sembra quasi aspirare a quella purezza bressoniana, composta da un set povero, con i mezzi profilmici strettamente indispensabili. Eppure dentro i film dei cineasti belgi attirano e coinvolgono vite di sopravvissuti, così radicati nella loro realtà da non tentare, fortunatamente, neanche il minimo approccio psicologico. Rispetto a “Rosetta” inoltre, in “Les fils” la forma non prevale ma resta parallela a una vicenda (scritta dagli stessi Dardenne) che colpisce per come apre progressivamente dentro il passato sia di Olivier, sia del ragazzo. Quelle che sembravano complicità nascoste diventano invece drammatico momento di distanza emotiva nel momento della rivelazione del ragazzo. La continua tensione verso un riscatto e gli abissi di una disperazione senza via di uscita continuano ad essere le traiettorie opposte di un cinema che si alimenta sull’energia del corpo, sull’uso della parola che è sempre elemento superfluo. Nel recente panorama europeo, l’opera dei Dardenne è al momento comunque tra quelle più forti, così coerente nella sua rigidità formale da non scendere mai a compromessi.
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