"Resident Evil: Extinction", di Russel Mulcahy

Il terzo capitolo di Resident Evil è un film infarcito di idee reazionarie e politicamente ambigue, dove quel che resta dell’umanità invece di trovare la sua degna fine (l’estinzione, come il titolo faceva ben sperare) ancora si illude con metafisici e paradisiaci luoghi dove poter ricominciare tutto da capo

Un virus letale ha infettato l’intero globo, trasformando gli esseri umani in zombie e desertificando il pianeta. Un’oscura azienda, la Umbrella Corporation, è la responsabile della creazione di tale virus. Una cerchia ristretta di uomini, in videoconferenza, cercano di pianificare le modalità per arginare il virus o per lo meno per sfruttare la nuova situazione mondiale.
Ma il genere umano non è stato del tutto trasformato in una massa di zombie famelici. Alcuni uomini, rimasti immuni al virus, combattono per la loro superiorità genetica rispetto alle nuove creature. In perenne movimento, da una stazione di rifornimento all’altra, il gruppo cerca di sopravvivere. La notizia che in Alaska ci siano ancora delle zone incontaminate e prive di zombi, fa scattare qualcosa nei sopravvissuti, la speranza torna così a infettare il cuore degli uomini, non tutto forse è perduto.
In uno scenario post-apocalittico (di chiara matrice milleriana), gli ultimi residui dell’umanità (in formazione inevitabilmente multietnica e paramilitare) lottano per il mantenimento della specie. Ma gli uomini, così come li conoscevamo, sono solo una minoranza nel nuovo scenario mondiale (o per lo meno negli Stati Uniti, nel resto del globo non si sa cosa succeda). La massa quindi è oramai composta da zombie, sono loro l’evoluzione della nostra specie, sono loro il futuro. Corpi deformi e mutanti, una fame atavica di carne, per la prima volta una moltitudine di gente unita fra di loro dalla ricerca perenne di cibo. Senza incomprensioni, senza lotte, senza guerre. E allora la minoranza umana per quale motivo crede di essere migliore della moltitudine di zombie? Quali caratteristiche danno loro il diritto di uccidere quelle altre forme (seppure deturpate) di vita?
Viene in mente Richard Matheson e a come nel suo Io sono leggenda fosse proprio il capovolgimento finale su chi fosse il malvagio, il diverso (non più gli infetti, ma chi li uccide) a dare il senso di un nuovo inizio, di una nuova era per quel che restava della razza umana. Per questo ci si gela il sangue quando vediamo uno degli uomini lanciarsi con una autocisterna imbottita di dinamite verso una massa di zombie, in quello che è un chiaro attentato kamikaze e quindi terroristico ma che diventa giustificabile e necessario (nell’ottica del film) perché chi muore, in questo caso, non ha dirtto a vivere. Essendo diverso non merita di esistere.
Il terzo capitolo di Resident Evil è un film infarcito di idee reazionarie e politicamente ambigue, con una Milla Jovovich dai poteri sempre più vasti e dai capezzoli sempre più turgidi, dove quel che resta dell’umanità invece di trovare la sua degna fine (l’estinzione, come il titolo faceva ben sperare) ancora si illude con metafisici e paradisiaci luoghi dove poter ricominciare tutto da capo.

Titolo originale: id.

Regia: Russel Mulcahy
Interpreti: Milla Jovovich, Oded Fehr, Ali Larter, Iain Glen, Ashanti, Mike Epps
Distribuzione: Sony Pictures Realising Italia
Durata: 95’
Origine: USA, 2007

 

 

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