BERLINALE 58 - "Be Kind Rewind", di Michel Gondry (Fuori concorso)
Come una favola realistica di Frank Capra, come l’illusionismo scenico artigianale e pioneristico di Méliès; il cinema di Michel Gondry ripensa e reinventa se stesso raggiungendo sempre di più una purezza visionaria assoluta, risultato di un flusso di pensiero inarrestabile e di una grandiosa creatività. Ma sa anche essere malinconico e sognante. Con un Jack Black inarrestabile
L’elogio della follia. Liberatosi dalla scrittura di Charlie Kaufman, l’opera di Michel Gondry sta raggiungendo una purezza visionaria assoluta in un lavoro sulla memoria – quella personale, quella del cinema – di cui si erano già viste le tracce in Se mi lasci ti cancello e soprattutto in L’arte del sogno. Protagonisti sono due amici, Jerry (Jack Black) e Mike (Mos Def) che si conoscono sin dall’infanzia. Il primo è un meccanico locale, l’altro invece un commesso di una videoteca che appartiene a Fletcher, un fan di Fats Waller un leggendario pianista di jazz. Un giorno Jerry, nel tentativo di sabotare la centrale elettrica del luogo, resta con il cervello magnetizzato. Inoltre, il campo magnetico che si è creato finisce per cancellare tutte le vhs della videoteca. Per non far perdere il posto al suo amico e i clienti al negozio, Jerry propone di girare loro stessi una nuova versione di film distrutti per poi poterli così noleggiare. In poco tempo questi remake diventano così popolari nel quartiere che sono più apprezzati degli originali e trasformano Jerry e Make in due star. Ma i responsabili dei diritti d’autore dei film originali che poi sono stati rifatti sono in agguato…
Il cinema di Gondry usa artigianalmente effetti illusionistici alla Méliès per ricreare un cinema di sogni/visioni. Gli oggetti e i corpi diventano gli elementi essenziali nella costruzione di un’altra realtà mentre lo spazio – interno ed esterno – viene trasformato in una specie di teatro di posa permanente. Forse è per questo che in Be Kind Rewind e anche nel resto dell’opera del cineasta francese convivono contemporaneamente più dimensioni parallele di un cinema che ricrea una memoria individuale e collettiva. Ciò avviene sia nella musica attraverso il fantasma jazz di Waller che riprende vita e sia attraverso il cinema; Be Kind Rewind gioca infatti sull’immutabilità di un set stabile dove costruire remake come Ghostbusters, Rush Hour 2, 2001: Odissea nello spazio, A spasso con Daisy sempre con gli stessi protagonisti che si truccano e si trasformano nei personaggi dell’immaginario comune. L’opera di Gondry non ha punti di riferimento ma appare come il risultato di un flusso di pensiero e soprattutto di una grandiosa creatività che sembra non arrestarsi mai. Be Kind Rewind è quindi l’esempio di un cinema che ripensa e reinventa se stesso, ma sa anche essere ironicamente spietato e sottilmente beffardo contro la propria creazione, facendo interpretare per esempio a Sigourney Weaver Ms Lawson, colei che lavora per la compagnia che si occupa dei diritti d’autore dei film. Curiosamente è proprio lei la protagonista di Ghostbusters, il primo film realizzato dalla ‘Jerry and Mike Production’. Il film sa essere però anche malinconico e sognante come nel finale e sembra quasi di respirare quell’atmosfera tra favola e realtà del cinema di Frank Capra, dove i protagonisti – dove emerge un grandissimo Jack Black oltre ai due altrettanto bravi Mos Def e Danny Glover e che vede anche la presenza di Mia Farrow – riescono a restare protetti nel proprio mondo impermeabile grazie alla loro incoscienza. Come una ‘magnifica ossessione’ interminabile.
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