CANNES 61 - ''La Frontière de l'Aube'', di Philippe Garrel (Concorso)
Garrel insiste con il bianco e nero e noi lo amiamo perche’ insiste. Garrel non chiede di seguirlo, non ti trascina, aspetta consapevole di annoiare, irretire, divertire. Già in partenza, prima di partire, ancor prima di pensare di partire, mette contro la ripresa e il montaggio, il dialogo e la storia. Il regista ormai non sembra piu’ interessato ad aprire universi infiniti, al contrario, limita il mondo nei confini personali, perché è proprio del linguaggio (anche cinematografico) chiudere in un angolo la tecnica e la creatività. VIDEO
Garrel insiste con il bianco e nero e noi lo amiamo perche’ insiste, anche perche’ sa trovare quel modo strafottente di resistere, perdendosi tra sogni ad occhi aperti. La frontiera del titolo e’ come il cielo degli angeli di Louis Aragon, poeta e romaziere surrealista francese. Gira seguendo un ordine cronologico proprio perche’ ha bisogno di improvvisare, aggiungere o rielaborare giorno dopo giorno come un artista en plein air, un genio della stratificazione intellettuale. Monta il film volta per volta proprio perche’ ha bisogno di sentir pulsare il suo cinema sotto i battiti dei prossimi ciak, al di la’ del passato gia’ ripreso e gia’ oltre il presente ancora da comprimere. E’ grossolano nella sua storia d’amore dannata tra un fotografo (e’ il figlio Louis) e una famosa attrice cinematografica (Laura Smet) che arriva all’atto estremo del suicidio per poi rivelarsi come “revenent” (fantasma). Incursione nel soprannaturale che lascia perplessi e spiazzati, ma il suo sguardo a spirale non si poggia mai precisamente sulla stessa cosa, ma mai completamente su una nuova. Conservare e modificare ininterrottamente. Il déja vu, inteso anche come reiterazione visiva, non si avvita su se stesso ma si torce, si ripiega e si sospende con la promessa di un nuovo inizio. Esprimersi attraverso i generi senza effetti ma con tagli efferati, dissolvenze nouvelle, che conducono in piste sotterranee, architetture occulte, portatrici di malefici o di promesse che la corporeità rimette in moto per un paradossale miracolo divino: è frattura tra il presente irrisolto e la profonda coscienza di sé e dell’altro. Cinema divinamente incentrato (con tutti i suoi difetti e la sua stanchezza) sull’alterita’, sul voler e poter ospitare l’altro. L’alterita’ nella quale ci conduce Garrel e’ quello di cui abbiamo bisogno per arginare la distruzione della nostra identita’. L’altro, se fosse davvero Garrel (e pochi altri), se davvero girasse come se entrasse anch’egli in scena, scalfirebbe l’io con cui ci immedesimiamo, arriverebbe anche a mutilarlo e infine rischierebbe lo stesso di essere cancellato. La frontiera dell’alba però viene sempre prima, poco prima, in anticipo, anche soltanto due ore prima di girare, per dettare le battute, riassestare la macchina scombinata del giorno prima. “Arrangiatevi!”, sussurra allo spettatore, che dovrebbe chiudere gli occhi invece di aprirli. Garrel non chiede di seguirlo, non ti trascina, aspetta consapevole di annoiare, irretire, divertire. Già in partenza, prima di partire,
ancor prima di pensare di partire, mette contro la ripresa e il montaggio, il dialogo e la storia. Il regista ormai non sembra piu’ interessato ad aprire universi infiniti, al contrario, limita il mondo nei confini personali, perché è proprio del linguaggio (anche cinematografico) chiudere in un angolo la tecnica e la creatività. La libertà sta nell’uscire dal fare e non fare, dire e non dire, pensare e non pensare, agire e non agire; nell’uscire dal proibito e permesso, lecito e illecito, d’accordo e non d’accordo. Garrel non obbliga a pensare al cinema a ogni istante del girato, lascia che lo sguardo “visiti” senza guida, la mostra delle atrocità sublimi, fissando il bello e il brutto delle immagini, potendole toccare e sfigurare. Ma la storia non finisce. Il seguito è come se l’avessimo visto prima, la fine della storia ha preceduto (ha superato, oltrepassato) la fine del film, mentre l’inizio del film ha preceduto (ha soltanto anticipato) quello della storia.
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