LIBRI DI CINEMA - "Conversazione con Ingman Bergman", di Olivier Assayas e Stig Björkman
Seconda edizione di Lindau per le tre interviste del Marzo 1990 in cui Olivier Assayas, critico cinematografico splendido quanto l’autore di cinema che è diventato negli anni, e il regista e scrittore Stig Björkman, discutono innamorati, con grande libertà espressiva, con un Bergman già anziano, la cui fragilità è tutt’uno con l’«acutezza chirurgica» con cui rivela la natura di desiderio e sofferenza nelle sue opere.
CONVERSAZIONE CON INGMAR BERGMAN
Di Olivier Assayas e Stig Björkman
Edizioni Lindau
Finito di stampare nel mese di dicembre 2007
Pag. 112 – 13,00 euro
Lindau ripropone in una nuova edizione la conversazione tra Olivier Assayas, Stig Björkman e Ingman Bergman originariamente pubblicata nel 1994, ad accompagnare una retrospettiva completa del grande cineasta svedese scomparso lo scorso anno. La peculiarità del libro è una sintesi tra il linguaggio fervido di Assayas critico e già regista (Désordre, L'enfant de l'hiver) che incontra per la prima volta di persona Bergman, e il rigore teorico del Björkman scrittore e regista, che lo conosceva da 20 anni: l’esito di una relazione amorosa durata tre giorni, condotta in inglese, lingua fondamentalmente estranea a tutti e tre i personaggi coinvolti nel dialogo, che ben consapevoli del rischio dell’approssimazione, generano infine un risultato di grande libertà espressiva. Molto spazio è dedicato alla scrittura vissuta come un bisogno e un sollievo – le domande di Assayas tendono a ritrarre il regista nella sua intimità, nel suo piacere di girare (quello quasi erotico di sentire la pellicola, tagliandola al montaggio; l’immagine di Bergman che , congedandosi, indica la fotografia di una giovane attrice, seguendo con il dito la curva dei suoi fianchi a indicare un mistero per sempre inespresso); concentrandosi poi su aspetti molto concreti del
suo lavoro, dall’effettiva libertà creativa che gli venne concessa al rapporto con i tecnici e i collaboratori, chiedendosi sempre - preferendo un dialogo emancipato e appassionato alla riverenza verso l’Autore - quanto i suoi film, soprattutto quelli considerati immortali, fossero frutto di uno stato d’animo, di impressioni e sentimenti fugaci, degli scherzi della vita (film che «risplendono di felicità» come Monica e il desiderio, film di rottura - anche con le proprie personali ossessioni - come Luci d’Inverno, film che contengono tutto il combattimento dei corpi «che si attirano, si respingono, il desiderio contro il rispetto di sé, il sesso di fronte alla viltà» - p. 69)
«Saltando gli anni e passando da un film all’altro, dall’abbagliante rivelazione dei capolavoro al fascino più contorto di opere di transizione, di appunti, di schizzi, alcuni segnati dalla grazia, altri da dolore, scoprivo non uno solo ma molti Bergman, una somma autobiografica, spesso autoanalitica, in cui si incrociano volti, nomi, anche influenze, dove si sviluppano e si amplificano temi, ma anche dove domina la rottura, dove l’autore, uno stacco dopo l’altro, avanza sempre più lontano, sempre più in profondità, come se avesse a disposizione varie incarnazioni per giungere alla fine di se stesso, alla riconciliazione»
(p. 73, Assayas nell’ Itinerario Bergmaniano, la postfazione personale e acuta sull’ opera di Bergman che segue le interviste).
Björkman rievoca il rapporto del regista con attori come Stig Olin, Harriet Andersson, Liv Ulmann, e la “complicità con la cinepresa” quasi fisica che riuscivano a instaurare; il passaggio dal bianco e nero al colore (perfino nello stesso film, come in Un mondo di marionette, considerato minore e molto amato da tutti e tre gli interlocutori, di cui si racconta come la scelta sperimentale di alternare colore e b/n fu una sorta di depistaggio rispetto ai timori dei produttori (la tv tedesca) che premevano per ottenere soltanto film a colori - ma «il colore sottrae qualcosa», dice Bergman (p. 41).
Bergman parla del suo rapporto con Strindberg e con la grande tradizione feroce del teatro scandinavo,del suo personale concetto del silenzio e della capacità del cinema di cogliere la sostanziale inesistenza del tempo. Anche gli stimoli tesi a comprendere le fonti dell’ispirazione di Bergman, cineasti e scrittori che ha amato nella sua vita, quali siano i propri film sentiti con distacco (più volte il regista ne definisce alcuni sentimentali, obsoleti, malriusciti) contribuiscono a rendere questo piccolo libro un documento vivo e palpitante di un incontro nel nome del cinema, ma immerso nella vita, che mette da parte ogni intellettualismo per diventare esperienza umana, non diversa, da «quell’intima relazione che i grandi artisti intrattengono con ognuno di noi, con ognuno dei loro interlocutori, quali noi siamo dal momento che facciamo lo sforzo di avvicinarci alla loro opera.
E che non si può risolvere con le parole, ma nell’intimità di ognuno.
Col passare degli anni.» (p.78).
INDICE
Tre conversazioni
di Olivier Assayas e Stig Björkman p. 7
Mercoledì 14 Marzo 1990 p. 11
Giovedì 15 Marzo 1990 p. 21
Venerdì 16 Marzo 1990 p. 41
Itinerario Bergmaniano
di Olivier Assayas p. 67
Filmografia
a cura di Manrico Mattioli e Alessandra Varetto p. 79
Nota bibliografica p. 101
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