VENEZIA 65 - "Süt" (Milk), di Semih Kaplanoglu (Concorso)
Il regista turco è al secondo segmento della trilogia già iniziata nel 2007 con Yumurta. Cinema pacatamente autoriale che però da la sensazione ancora di misurare eccessivamente le derive, rubandoci l’illusione, l’espansione dell’immaginario: le memorie non si squarciano, l’immagine non prende (il) corpo, si adagia raramente con leggerezza e ancora con troppa cura
Il regista turco (alle spalle una lunga esperienza di copywriter pubblicitario) continua con il secondo segmento della trilogia già iniziata nel 2007 con Yumurta e riprende il suo personaggio, Yusuf, questa volta tornando indietro nel tempo, quando ancora il giovane era aspirante poeta, lattaio e viveva nel suo paese nativo, prima di trasferirsi ad Istanbul per lavorare come libraio. Quindi, il maturo Yusuf di Yumurta lo rivediamo ragazzo, appena diplomato, che sogna la sua prima pubblicazione su una rivista di poesia e vive con la madre in campagna, vendendo a domicilio latte e formaggio di produzione propria. L’esistenza del giovane è segnata da due episodi: la scoperta di una relazione clandestina della madre e l’esonero dal servizio militare per problemi di salute. Girato nella regione dell’Anatolia, il regista filma i graduali cambiamenti del giovane poeta Yusuf e di sua madre, attraverso il conflitto tra nuovo e tradizione. Il percorso intrapreso da Kaplanoglu è verso l’armonia degli elementi. I personaggi, le facce, i luoghi, le motivazioni, la stagione, la luce, i movimenti di macchina e la poesia si muovono cercando integrità, unità, fusione l’uno nell’altro, per poi spingersi a filmare l’invisibile, lo straordinario nell’ordinario. Niente di nuovo, ma una mirabile e salvifica esplorazione della natura dentro se stessi: la natura tiene lontano Yusuf dalla violenza e dal peccato, attraverso una caparbia (e non sempre riuscita, per la verità) impressione sentita dell’invisibile. Contemplare con leggerezza d’animo, senza però abbandonarsi mai fino in fondo, evocare minimalismi esistenziali, rallentare il cuore del cinema, compattare e rivelare in ogni istante un percorso narrativo e visivo a volte troppo interiore, con il mondo esterno che lotta vanamente senza trovare spiragli di generosità. Non sembra mai di vivere in una effettiva prigione dello sguardo e comunque il regista turco lascia comunicare blocchi percettivi: ricorrente è la macchina immobile che abbraccia un paesaggio e l’entrata in campo laterale del personaggio a raggiungere il centro della spazio. Qui l’incedere del cinema si fa pacatamente autoriale con la sensazione ancora di misurare eccessivamente le derive, rubandoci l’illusione, l’espansione dell’immaginario: le memorie non si squarciano, l’immagine non prende (il) corpo, si adagia raramente con leggerezza e ancora con troppa cura.
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