FESTIVAL DI ROMA 2008 - "El Dorado - Choregraphie" di Olivier Assayas (L'Altro Cinema)
La realtà filmica documenta la performance senza rinunciare alle peculiarità del linguaggio audiovisivo, ma anzi ottimizzandolo cercando una fusione umile e illuminata. A sorprendere anche stavolta è l'agilità dellla macchina da presa del cineasta francese, la cui scelta di campo - quella cioè di essere dentro il palco, inseguendo i corpi, accarenzzandoli e cercando di ritrarne le quasi impercettibili linee di forza che disegnano all'interno dello spazio scenico - si rivela estremamente coerente alla sua poetica autoriale
La perfezione coreografica di Angelin Preljocaj e la mirabolante partitura elettronica di Karlheinz Stockausen hanno generato nel 2007 lo spettacolo El Dorado, che la Mk2 ha deciso di immortalare filmicamente affidando la regia a Olivier Assayas. Dodici ballerini lottano tra loro, si sfiorano, afferrano, amano, all'interno di una scenografia lunare che sembra provenire direttamente da un altro piabeta. La musica sperimentale inedita e ritmicamente elaborata del grande compositore tedesco fa da contrappunto e traino ai movimenti dei danzatori, creando una fusione percettiva di indiscutibile fascino ipnotico.
Con El Dorado Olivier Assayas realizza un film solo apparentemente "estraneo" all sua filmografia. Come già accadeva nel documentario musicale Noise del 2005, la performance artistica viene ritratta visivamente rinunciando del tutto al commento degli esecutori (presente nell'interessante ma meno riuscito documentario di lavorazione El Dorado - Création). In Chorègraphie non ci sono interviste, nè contestualizzazioni storiche, ma solo l'essenza estetica dell'opera d'arte El Dorado. La realtà filmica documenta la performance senza rinunciare alle peculiarità del linguaggio audiovisivo, ma anzi ottimizzandolo cercando una fusione umile e illuminata. E' un lavoro i cui confini tra fiction e documento si fanno col passare dei minuti sempre più ambigui. A sorprendere anche stavolta è l'agilità dellla macchina da presa del cineasta francese, la cui scelta di campo - quella cioè di essere dentro il palco, inseguendo i corpi, accarenzzandoli e cercando di ritrarne le quasi impercettibili linee di forza che disegnano all'interno dello spazio scenico - si rivela estremamente coerente alla sua poetica autoriale. Si veda l'uso del piano sequenza e del fuori fuoco: soluzioni visive differenti ma pienamente riconducibili allo sguardo di Assayas, sguardo che cerca sempre di più di creare un contatto viscerale tra il corpo, la musica e le immagini.
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