Con gli occhi di Delio - Intorno al cinema di Zack Snyder
Snyder insegue il calore, il gioco, l’incanto che può nascere solo dal contatto dei corpi. Da un corpo che regge l’altro. Lo contempla. Lo completa. Come una sequenza riflette e completa l’altra grazie alle giunte del montaggio, tra le quali il nostro sguardo si perde. In questo meraviglioso Silent Running, che è il suo cinema, i nostri sono gli occhi di Delio che guarda da lontano l’entrata di Leonida e dei suoi spartani nella gloria
“È la sporgenza generata dalla conciliazione, a causa della rottura che essa integra, che rinvia al mistero del tempo nel suo complesso. Il fatto e la giustificazione del tempo risiedono nel nuovo inizio che esso rende possibile nella resurrezione attraverso la fecondità di tutti i compossibili sacrificati nel presente”, è quanto scrive Emmanuel Lévinas in Totalità e infinito, ed è la prima cosa che ci viene in mente dopo aver visto Watchmen, terzo lungometraggio del regista americano Zack Snyder, dopo L’alba dei morti viventi e 300.
In questo mistero del tempo quale immagine dirà del nostro ritorno dopo quella che ha detto della nostra fragilità e della nostra morte? Nel cinema di Snyder essa sembra non essersi ancora incisa, scolpita dentro i nostri occhi. È come avvolta nella fredda solitudine di un cuore, tanto imperturbabile e razionale, quanto umano, troppo umano, che non si lascia toccare, scaldare, che (non) sa di dover soccombere al gioco (tutto razionale) delle passioni, mentre finge l’impossibilità e l’impassibilità che esse possano essere dette, espresse, rivelate, smascherate. Ma è lì, e attende, per innescare il più assurdo processo di redenzione: il sacrificio (dell’Altro).
La forza rigenerante delle immagini in Watchmen è nella loro trasparenza, nel loro apparire transitando in un altro sguardo: il nostro; come quando Snyder osserva quella nuova e intensa figura di re, avvolta in un silenzio agghiacciante, che è Adrian Veidt/Ozymandias che aspira alla pace portando la morte. O il sangue di Walter Kovacs/Rorschach che screzia il biancore della neve, e si imprimere come un sorriso distorto nella memoria. O la malinconia di Daniel Dreiberg/Gufo Notturno, mentre fissa, come in uno specchio, quel costume che non indossa ormai da tempo. O quando sfiora la flagrante e friabile bellezza di una donna, incarnata nell’impalpabilità del suo nome: Spettro di seta. O ancora nel grande orologio di vetro, venuto fuori dalla terra (l’humus) del pianeta rosso, da cui ammirare e innamorarsi dell’infinità del tempo. Perché “l’uomo è tempo, dramma in più atti”.
E qui è tutto il fascino poetico del cinema di Snyder. Nel suo vertere (nel suo continuo andare a capo), vivibile e visibile nelle aritmie improvvise, nella discontinuità del tempo, nel farsi dell’avventura come predestinazione, come scelta di ciò che non è (non è stato) scelto. In quello sguardo utopico che si ostina a voler fermare le forme prima che si dissolvano. In quel guardare alla morte con una “tenerezza com-mossa”, per usare ancora un’espressione cara a Lévinas, che scopre quel sentimento di fragilità e vulnerabilità, anche nel furore con cui le ferite si aprono sulla pelle. E ci si accorge di aver potuto partecipare a questo giro di vite per essere stati noi stessi, il nostro tempo, il loro incarnato.
Snyder insegue il calore, il gioco, l’incanto che può n
ascere solo dal contatto dei corpi. Da un corpo che regge l’altro. Lo contempla. Lo completa. Come una sequenza riflette e completa l’altra grazie alle giunte del montaggio, tra le quali il nostro sguardo si perde. Eppure si fa presente, presenza. In questo meraviglioso Silent Running, che è il suo cinema, i nostri sono gli occhi di Delio che guarda da lontano l’entrata di Leonida e dei suoi spartani nella gloria. Delio è un testimone (“ricorda chi eravamo” è l’ultimo monito che il suo re gli affida), come ce ne sono nel cinema di Shyamalan e di Zemeckis. I suoi sono occhi che danno ancora senso al mondo (E venne il giorno). Occhi che cercano di stabilire un contatto originario (Contact).
E dopo la fine vorremmo ci fosse ancora da qualche parte l’immagine di cieli nuovi e una terra nuova, in cui il tempo possa disperdersi. E in cui il corpo possa alleggerirsi del proprio peso mortale; ma Snyder esita a donarci questa (ultima) immagine, come nella sequenza finale de L’alba dei morti viventi dove l’isola sulla quale i sopravvissuti giungono, ripete il suo tessuto di morte, riflesso ancora in quella luce del crepuscolo che illumina la radura che si estende davanti agli occhi di Delio in 300. Odissea silenziosa attraverso un set inesistente, che sa anche rinnovarsi, ripartendo dalle strutture del cinema classico/Noir, come accade proprio in Watchmen.
Cinema che ritrova l’orrore del vuoto. L’essere o non essere di sheakesperiana memoria. E con esso il sapere che la sofferenza nasce dall’impossibilità del nulla. Cos’altro ha filmato Zemeckis, negli ultimi anni, in quel venir meno del set e del corpo, (s)materializzati dalla computer grafica? Forse unico transito verso una riscoperta archeologia dello sguardo sempre più lanciato verso la velocità oscura del futuro, per fermarsi a vivere e a rivedere la luminosità del presente e del passato, come in quella vena nostalgica che scorre sotterranea nell’ultimo superbo film di Spielberg.
Il resto è vita in divenire: Snyder è nato a Green Bay, Wisnonsin, nel 1966, studente di pittura prima in Inghilterra e poi all’Art Center College of
Design in California (dove ha avuto come compagno di classe Michael Bay), passione questa ereditata dalla madre, insegnante di pittura e fotografia presso la Datcroft School di Stamford nel Connecticut. I suoi primi lavori come regista sono stati spot pubblicitari (come quelli per Audi, Nike e Reebok), vincendo numerosi premi, inclusi due Clio e il Gold Lion Award a Cannes per lo spot Jeep “Frisbee” (una immaginosa danza frisbee, dove il disco vola, lanciato, da una all’altra delle montagne di un canyon accompagnato dal sibilo del vento, in una atmosfera irreale e fantastica che sarà quella del suo cinema a venire). Oggi Snyder vive a Pasadena con la seconda moglie, la produttrice Deborah Snyder con la quale ha dato vita alla compagnia di produzione Cruel and Unusual Film Inc., e i suoi sei figli. E sogna, come noi, a dispetto delle nostre dolci morti quotidiane, l’avvenire di quell’immagine che non è ancora. E che forse non sarà mai.
Spot Jeep Frisbee
300 Discorso finale di Delio
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