FESTIVAL DI ROMA 2009 - "American Boy: a profile of Steven Prince", di Martin Scorsese; "American Prince", di Tommy Pallotta (L'Altro Cinema/Extra)
L’eroe personale di Scorsese sopravvissuto a se stesso: un dittico che è insieme un’indagine e un tributo, in cui tutta un’epoca e uno stile di vita emergono dal semplice monologo di un uomo che, seduto in poltrona, racconta la propria storia. Il giovane Prince con la sua esistenza ad alto tasso di tossicità e, a molti anni di distanza, il simpatico signore che ne ha preso il posto
1978. Martin Scorsese dedica all’amico e collaboratore Steven Prince un documentario di 55 minuti che non verrà mai distribuito. Trent’anni dopo Tommy Pallotta, produttore di Waking Life e A Scanner Darkly, è andato a scoprire che fine ha fatto l’ex ragazzo borderline, aggiungendo un secondo capitolo al “film perduto” scorsesiano: il risultato è una particolarissima biografia in due tempi che fa emergere tutta un’epoca e uno stile di vita dal semplice monologo di un uomo che, seduto in poltrona, racconta la propria storia.Steven Prince è apparso in Taxi driver nel ruolo del trafficante schizzato che vende le armi a Robert De Niro ed è stato coproduttore de L’ultimo valzer. Proprio pochi giorni dopo l’ultimo concerto di The Band a San Francisco, durante uno dei periodi di maggiore attività della sua carriera, Scorsese gira in due weekend American Boy, che sarà montato contemporaneamente a New York, New York e a L’ultimo valzer. Il progetto dedicato a Steven Prince è idealmente legato a un altro documentario realizzato da Scorsese nel 1974, Italianamerican, incentrato sui suoi genitori e sul mondo di Little Italy; due generazioni e due modi di vivere una stessa realtà: essere americani in quel particolare momento storico. Come se, dal divano del salotto accogliente e lindo in cui Charles e Catherine Scorsese narrano del loro passato di immigrati e di onesti lavoratori, Scorsese saltasse, senza soluzione di continuità, nella stanza fumosa e chiassosa dove un giovinastro emaciato con le occhiaie fino al mento sciorina a un gruppo di amici aneddoti strampalati sulla sua vita vissuta pericolosamente. Steven Prince è esattamente questo: la generazione che poté abbandonarsi all’eccesso, vivendo e consumando mille esistenze in una con la voracità e l’incoscienza sconosciute ai padri, che avevano fatto delle loro vite un’opera di costante e faticosa
costruzione. La massima – assunta da Prince a unica regola di vita – “Domani potresti finire sotto un autobus, nel frattempo divertiti” non poteva che portare a una sorta di processo inverso, a una de-costruzione inebriante e autodistruttiva che escludeva la preoccupazione del domani e della stessa sopravvivenza.
costruzione. La massima – assunta da Prince a unica regola di vita – “Domani potresti finire sotto un autobus, nel frattempo divertiti” non poteva che portare a una sorta di processo inverso, a una de-costruzione inebriante e autodistruttiva che escludeva la preoccupazione del domani e della stessa sopravvivenza.C’è una progressione drammatica in American Boy che emerge in maniera molto sottile: Steven Prince, che oggi come ieri è un narratore di grande talento, parla con lo stesso divertito distacco della sua attività di venditore a domicilio di bagel come della sua esperienza di eroinomane ma, man mano che si ascoltano i suoi racconti, si ha sempre meno voglia di ridere. Scorsese non sembra vedere nell’amico il folle personaggio che qualunque sceneggiatore avrebbe difficoltà a concepire ma un’anima segnata, un’incarnazione di quelle ossessioni – la droga, le armi, la morte – da cui lui stesso si era probabilmente sentito minacciato.
Steven Prince rischiò a quanto pare di morire varie volte, ma riuscì a farcela da solo. È questo sopravvissuto che Tommy Pallotta ha incontrato a trent’anni di distanza. Con la barba curata, gli occhiali e la lieve pinguedine, Prince ha oggi un aspetto da onesto contribuente americano e si guadagna da vivere costruendo piscine. In American Prince torna a raccontare se stesso con lo stesso lampo di follia negli occhi, e in più la consapevolezza di chi forse non ha rimpianti ma non è neanche incline all’auto indulgenza: “Disintossicarmi era la cosa più intelligente da fare, e naturalmente dissi di no”. Ecco allora che i celebri episodi diventati materiale da sceneggiatura – la rianimazione a colpi di siringa della ragazza in overdose di Pulp Fiction e l’omicidio che commise, per legittima difesa, mentre lavorava in un distributore di benzina, ripreso in Waking Life – assumono in questo “secondo tempo” il senso di esperienze del limite, da cui si è avuta la fortuna, ma in qualche modo anche la forza, di tornare indietro. Il sorriso soddisfatto del Prince di oggi pare ricordarci che il valore di un uomo, più che negli errori del passato, sta nel modo in cui riesce a porvi rimedio.
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