LIBRI DI CINEMA - "Dietro i nostri occhi. Un diario", di Luc Dardenne
Stralci di un diario sofferto, appassionato come una preghiera, ma scritto con lo stesso stato di rigore che caratterizza tutto il cinema dei fratelli Dardenne: finalmente leggiamo la traduzione italiana di Au dos de nos images, quattordici anni di note a margine dell'arte, picconate che scavano nella nostra epoca, ululati alla morte di dio, richiami alla necessità, di fronte alla violenza, di una domanda etica, al posto di un'estetica sacrificale. In calce, come la parola che si fa presto immagine, le sceneggiature di tre film: Il figlio, L'enfant, Il matrimonio di Lorna. Edito da ISBN.
DIETRO I NOSTRI OCCHI. Un diario
Scorrono gli anni e prendono corpo le fattezze del padre e del Figlio, di Rosetta, di Bruno, di Lorna. Da questi frammenti accecanti scopriamo la forma di una luce. Raccontano dubbi, spasmi, e difficoltà curabili: dfficoltà del filmare il corpo di una donna come Bergman, “forse la nostra impossibilità”. Frammenti, ma autoconclusivi, intorno a cui affiorano continuamente i vivi, vitali fantasmi di Lévinas e Pasolini, Michaux, Shakespeare e Dostoievskji, Rossellini e John Ford, in un flusso di coscienza che non si allontana mai dal cinema dei fratelli - dalla fantascienza del loro cinema realistico, in cui i protagonisti sono superstiti che non cercano pietà (“i nostri personaggi devono imparare di nuovo a esistere andando oltre la loro volontà di sopravvivere, devono imparare di nuovo 'cosa c'è di umano nell'uomo'”, p. 55). Soprattutto quando di questa realtà ispida si ridefiniscono i contorni attraverso la cinematografica brutalità del quotidiano: gli incontri, con una donna che delira in un caffè, con i 4x4 che navigano le strade metropolitane, pavoni spaventosi di aggressività e protezione di un'alta borghesia più pericolosa di una volta perchè intrisa di povertà intellettuale, cinque brevi righe che raccontano prigionie quotidiane: un padre che mostra con orgoglio la stanza chiusa a chiave, in cui si è ritagliato per sé solo, dopo il lavoro, lo spazio dei giochi interdetto ai propri figli bambini – playstation, computer, tv.
Non è un manuale di come si dice la verità – non racconta più di tanto, più di quel che già non trasuda dalla loro pellicola intossicante, salubre, di quella eutanasia sociale per cui ai margini si vive e si muore senza neppure un giudizio da parte di chi quasi per caso sopravvive in un cerchio protetto. Non osa spiegare quanto resta ai margini di un film, quante le speranze e quanti i ripensamenti di fronte a un pubblico, o a una generica committenza, che è lo stesso, che cerca come un'ostia salvifica e un alibi il messaggio edificante. Soltanto il diario di un folle a due teste, non un manuale su come si fa il cinema: perchè equivale piuttosto a chiedersi come si fa la vita, e questa si produce quasi come un caso. Di sociale non c'è nulla, se non è la vita stessa a fornire la prova del suo senso politico, terroristico, che rifiuta la trasgressione fintamente conflittuale, e cerca invece una pace nel conflitto. Così accade, qualche volta, che andare al cinema è un atto di fede (laica) per chi lo fa, per chi lo sente: “Dagli occhi alzati nasce una preghiera: liberaci dal male”.
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