CANNES 63 - "Carlos", di Olivier Assayas (Fuori Concorso)
Cineasta minore e teorico ineguagliabile, per alcuni, Assayas risponde trascinandosi freneticamente. Fuori dal genere o sui generi il suo Carlos è podista del “movimento/cinema” e del tempo, baluardo imperioso della teoria moderna che s’immagina: duro e caotico, coesistenza nella diversità, tra immagini di repertorio e cinema, in un circuito chiuso, fuso, come cemento e metropoli, realismo e utopie realizzabili
Poco importa se Carlos dal carcere parigino, dove sta scontando l'ergastolo, condanna il regista Olivier Assayas, autore di una “trilogia” di cinque ore e mezzo girata per Canal+ . Nel film ci sarebbero falsificazioni volontarie, secondo lo “sciacallo”, come la presa di ostaggi dell'Opec a Vienna nel 1975, che per Carlos fu ordinata dal colonnello Gheddafi e non, come si vede nel film, da Saddam Hussein. Poco importa se poi, sempre secondo l’uomo che ha attraversato trasversalmente il periodo della guerra fredda, la crisi mediorientale, le più terrificanti stragi del terrore, ridicole sarebbero le immagini dei camerati rivoluzionari, mostrati come uomini isterici. “Si trattava di professionisti, di commando di altissimo livello, al servizio della causa Palestinese e dei popoli del terzo mondo”, avrebbe aggiunto. Proprio trasversalmente il capolavoro di Assayas attraversa il campo di battaglia. Traiettorie che si fanno fendenti nella storia, che seminano tempeste di corpi trucidati. Non c’è tregua, Carlos deve evitare di cadere in battaglia, corre, gira il mondo ossessivamente, dentro e fuori gli eventi che hanno segnato profondamente la storia del dopo guerra. Il mondo non lo vedi, lo teorizzi, Assayas è concentrato sul ritmo più che sul debordante rumore di fondo. Primo vero fuorilegge d’avanguardia, globalizzato, che si sposta da un aeroporto all’altro, non luogo per eccellenza, da una macchina all’altra. Entra ed esce dal giorno per uscire ed entrare nella notte. Primula rossa del terrorismo internazionale, Carlos è anche superba romantica immagine di dandy vecchia maniera, affascinato dalle belle donne, gran bevitore, fumatore di sigari di qualità e nottambulo impenitente. Quella di Assayas è una figura meravigliosamente travolgente, che scavalca i margini del genere, contaminando i biopic di ultima generazione, troppo spesso combattuti e perdenti nel tenere insieme la storia personale e quella universale. C’è una sostanza magica che sprigiona la vita di Carlos: la realtà dei fatti e quella filmica travalica la fredda documentazione, unendo in unico abbraccio il grande e il piccolo schermo, facendo saltare le differenze di forma, ma difendendo poeticamente l’agilità del mezzo (o metà) cinema. Inseguendo la storia e i corpi, che sembrano vivere di una tensione perenne, mai liberi di adagiarsi sul fondo e sempre più sballottati dal vortice del vivere sempre al massimo. Modesto regista e ineguagliabile teorico, per alcuni, perché a volte adoratore dell’amorfismo verrebbe da dire, dell’azione agognata, anche se stavolta è quella che ti lascia in apnea, quella che supera l’istinto del respirare, per sopravvivere. Cinema anche di figure, qualcosa come uno strabismo: uno sguardo doppio e divaricato, una diplopia del pensiero, laddove quest’ultimo, se vuole, ha da sdoppiarsi in un medesimo e in un altro, in Carlos mito e Carlos pop o ancora “Carlos uomo”, che vive alla giornata, senza respiro a volte, con la consapevolezza che per resistere devi essere gia’ morto, prima di perderti nel mondo. Cinema superbamente debole come un certo pensiero, che non sembra aver preparato sin dall’inizio questo spazio d’invenzione, ma che piu’ significativamente e’ gia’ parte di un atteggiamento insito di pudore, anche paura, nei confronti di un passo che, se compiuto di slancio e con foga, si annullerebbe. Ha la cadenza di un passaggio nel tempo che non puoi sottrarre ai suoi corpi o al suo sangue, alle assenze e le isole che a volte derivano. Il mondo non si vede, l’azione in campi lunghi è quasi assente, si gira come se fosse uno sceneggiato a puntate, ma le puntate si dileguano tra cromatismi tipici delle epoche ricomposte e uno sguardo mai frontale sul personaggio, la storia, la tragedia, capace di non dissimularsi in quella stessa frontalità. Lezione di cinema pure troppo chiara, che si serve di poche regole visive, sempre reiteranti come fossero corsi e ricorsi, come fossero spiragli sugli spazi interni, Sono molto più bui di quanto sembrino i film di Assayas, porosi, e alle immagini e ai segni sostituisce ovunque lo sguardo, anche quando la storia ti costringe a rimanere più o meno coerente. Non fa sparire le immagini e i segni ma li mobilita ancora verso lo sguardo: il cinema così si intensifica, è spinto negli angoli dell’essenza e si stacca dalla rappresentazione per volgersi verso la presenza. La presenza non è solo affare di una visione: essa si dà ad un incontro e ad un’inquietudine costante. Per Carlos è la morte dietro l’angolo, prima o poi. Carlos ha a che fare con l’evidenza, per cui le immagini vengono svuotate da qualsiasi senso esterno e colte da uno sguardo
attraverso il quale è il mondo stesso a muoversi su se stesso in direzione del suo continuare semplicemente ad essere (vedi il peregrinare dello sciacallo alla ricerca di uno Stato amico). Dell’immagine non resta che la sua nudità, la sua superficie quanto mai profonda, la sua pelle, ciò per cui ciascuna immagine diventa singolare e attira su di sè uno sguardo, un desiderio, una repulsione, un assenso, un diniego, una ferita, una gioia. Mobilitare lo sguardo, renderlo vigile, animarlo, non attraverso finestrini di automobili, o piani prolungati, estetismi di luoghi lontani, ma trascinandosi freneticamente, facendo il tragitto all’inverso: non riflettere un fuori, ma aprire il dentro su se stesso. Fuori dal genere o sui generi, Assayas, podista del “movimento/cinema” e del tempo, baluardo imperioso della teoria moderna che s’immagina: duro e caotico, coesistenza nella diversità, tra immagini di repertorio e cinema, in un circuito chiuso, fuso, come cemento e metropoli, realismo e utopie realizzabili.
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