VENEZIA 67 - "La belle endormie", di Catherine Breillat (Orizzonti)
"Sono vera, il resto è falso". È l'atto performativo della bambina della Breillat, la sua formula magica per battere un antagonista, l'orco di cui prendersi gioco. Un po' Jeliza-Rose, un po' Stella, dotata di innocenza non richiesta, Anastasia è un filosofo che vuole esser cavaliere, deve scoprire il dominio della lotta: accettabile nel mutamento costante di ogni vita, morte inclusa: a patto che le si diano altre estatiche avventure
La Belle Endormie è preceduto da un cortometraggio del gruppo Flatform, Non si può nulla contro il vento, che idealmente potrebbe benissimo essere l'incipit del film della Breillat: paesaggi di impossibile bellezza, però familiari come sono quelli che si indovinano da un treno regionale, si spostano come fondali di cartone, con l'illusione delle illustrazioni tridimensionali di certi libri per bambini, che si aprono diventando castelli, atlanti oppure mappamondi. Lì la storia importa relativamente, ma importa la posizione da cui la guardi.
La giovane Julia Artamonov ha una faccia affilata, zigomi balcanici, occhi orientali, mai completamente bella, anzi buffa. Un po' come la Stella di Sylvie Verheyde e la Jeliza-Rose di Terry Gilliam, è imprigionata. Invece che nella periferia parigina o nella Tideland - terra eroinomane delle maree, nella dimensione della sua eterna innocenza non richiesta. Si sposta proprio a bordo di un treno, le cui fermate e partenze sono assolutamente arbitrarie.
Catherine Breillat promette La Bella Addormentata e invece, a sopresa, ricama fittamente sui più piccoli dettagli della Regina delle Nevi: la palla di vetro, l'universo, in cui viveva Hans Christian Andersen, poetico, cupo e cruento non di rado, viene proposto quasi integralmente, soprattutto nei suoi dettagli più perturbanti, nella forma di tappe che devono bruciare nell’arco di pochi anni tutte le avventure che un’esistenza più lunga può desiderare. Nei suoi mutamenti infatti a questo unico dogma Anastasia è fedele: anche la preveggenza della morte, è possibile accettarla, a patto che le si dia l’unica essenza capace di reale nutrimento proteico: datemi avventure! Capaci di scardinare un quotidiano ballabile stonato, fatto solo di privazioni, destini programmati, anestesie terapeutiche (un lungo sonno al posto della morte, non è forse solo un eufemismo?)
La prima tappa di Anastasia è una famiglia per procura, casellanti che dispongono solo di uno spaventapasseri come padre, ma è lì che si fa un’idea di “avventura”: ciò che cercherà d’ora in avanti non è il bambino, l’amante o “l’amore ideale”, ma solo l’estasi ideale, lo stato estatico ideale, quello che permette di ignorare il dominio degli anni, perfino la maledizione e la fine sicura.
Naturalmente la Breillat sceglie soprattutto i momenti già tenebrosi e erotici della fiaba originale per raccontare la sua favola meticcia, affidando di tanto in tanto l’ironia alla voce della sua protagonista, che può dire tutto: la Regina delle Nevi è una fantasia di tempesta puberale – però anche la dama alta e snella seminuda sotto la pelliccia, che per ogni bacio di ghiaccio ferma il cuore - la Donna della Lapponia è una maschera di barbona, il Principe e la Principessa sono albini, la domestica è una carceriera punk suo malgrado immersa fino al collo zuppa delle convenzioni, la cornacchia della fiaba è sostituita da un nano in uniforme, in più rosso di capelli, in un paese in cui i poliziotti sono sagome che sventano le visite: tutti freaks raddolciti, in qualche modo ciascuno legato a una sua prigione peculiare - anche quella dei principini, di pan di zenzero colorato che impedisce la morte per fame e l’assassinio di una bambina troppo sfrontata per mentire – e come ogni cella, è una custodia di sicurezza fatta di maledizioni popolari contro tutto ciò che devia anche solo di un colore o cromosoma.
L’incontro con la bambina dei briganti, selvatica evocatrice di violenze, che utilizza il coltello come una carezza ricattatoria
contro il collo della cerva preferita, la regista lo trasforma in un preludio a un incontro amoroso da collegiali, introducendo nella seconda parte del film (meno concentrata, più indecisa della prima) le tematiche a lei care: frammenti di erotismo, capricci e vendette che scolorano nel tempo fino a diventare decisioni serie. Così un’adolescenza imbiancata di ragnatele, risvegliata non da un bacio ma dalla sola presenza di un corpo altro nella stanza-bara, sceglie calze con la riga anni ’40 e una gravidanza (un parto di se stessa bambina, come annuncia l’ Ouroboros) che sembra un po’ semplicemente un altro esperimento, in tempi ormai magri di avventure.
Però i costumi bizzarri, le trovate fiabesche, o simboliche, o letterarie, che non appartengono per forza ad altre fiabe, ma ad altri immaginari ancora, non sono mai leziosi - dormire con mille sveglie, le guardiane contro il sonno che è tempo perso alla vita; la lettura metodica dei dizionari, perchè questi sono le enciclopedie dell’arma che non decodifica il mondo, ma lo contiene già tutto: il linguaggio. Già, solo la teoria di una bambina, anche se curiosa e intelligente. Scopriamo che non basta: sono i corpi a reclamare quello spazio che il linguaggio tenta di riempire. nessuna saggezza dell’età, solo non essere più in grado di quella onesta crudeltà che si attribuisce all’infanzia chiamandola innocenza. Solo mutare altre mille volte, dopo l’ingresso nel dominio della lotta.
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