VENEZIA 67 – “Ho sentito la responsabilità di questa storia”- Incontro con Julian Schnabel

E’ la terza volta che un film di Julian Schnabel entra in concorso alla Mostra di Venezia. Nel 1996 aveva presentato Basquiat, nel 2000 Prima che sia notte, che si era aggiudicato il Gran Premio Special della Giuria e la Coppa Volpi per l’interpretazione di Javier Bardem. Quest’anno torna con Miral, film tratto dal romanzo autobiografico di Rula Jebreal, scrittrice e giornalista palestinese, volto noto dell’informazione italiana

julian schnabelE’ la terza volta che un film di Julian Schnabel entra in concorso alla Mostra di Venezia. Nel 1996 aveva presentato Basquiat, nel 2000 Prima che sia notte, che si era aggiudicato il Gran Premio Special della Giuria e la Coppa Volpi per l’interpretazione di Javier Bardem. Quest’anno torna con Miral, film tratto dal romanzo autobiografico di Rula Jebreal, scrittrice e giornalista palestinese, volto noto dell’informazione italiana. Una storia forte che prova a raccontare il conflitto arabo-israeliano dal punto d’osservazione di un collegio femminile, fondato da Hind Husseini sul finire degli anni ’40. All’incontro con la stampa, Schnabel è stato accompagnato da Rula Jebreal, dai produttori e dall’attrice Haim Abbass. 

 
Il suo si può definire un film di impegno politico? Tra l’altro, proprio in un periodo come questo in cui quasi nessun artista professa il proprio impegno.
J.S. - Quando ho deciso di fare questo film, mi sono tornate in mente le parole di Jean Renoir: “il problema è che al mondo ognuno ha le proprie ragioni”. Io ho cercato di capire quale fossero le ragioni. Se questa è politica… del resto qualsiasi cosa si faccia è politica. Quando capita di aprire il giornale e leggere “art and entertainment”, mi meraviglio sempre. Non so che cosa l’arte abbia a che fare con l’intrattenimento. Quando ho letto la storia di Rula, ho sentito la responsabilità di raccontare questa storia e in qualche modo il conflitto israelo-palestinese. Mi sono assunto la mia responsabilità di ebreo americano. E, per dirne una, è stato molto importante che mia figlia, Stella, abbia interpretato il ruolo dell’amica ebrea di Miral.
 
Signora Jebreal, cosa ha provato nel rivedere la sua vita attraverso lo schermo?
R.J. - E’ stato bello, anche se, ovviamente, molto doloroso. Un dolore che già avevo provato nello scrivere il libro. Raccontare ad esempio delle violenze sessuali subite da mia madre ad opera del patrigno. Una cosa irraccontabile, secondo la mia cultura. Sarebbe un disonore per tutta la famiglia ammettere uno stupro. Eppure io ho voluto farlo, scrivere la verità, che non è solo di mia madre. Del resto si sa che le donne e i bambini sono le prime vittime di ogni conflitto. Ma per me era fondamentale raccontare il mio passato. Per capire chi ero e poter affrontare il futuro.
 
E qual è stato il supporto della signora Jebreal durante la riprese?
J.S. - Non avrei potuto girare il film senza si lei. Di solito lo sceneggiatore non assiste mai alla fase delle riprese. Ma in questo caso era diverso. Siamo stati a Gerusalemme, Jaffa, Haifa, tutti i posti molto particolari, in cui lei è cresciuta. Ci ha insegnato come muoverci, ci ha detto a chi rivolgerci. Alcuni la conoscevano da quando era piccola e la chiamavano per nome. Molte porte si sono aperte. Abbiamo parlato con molta gente del posto e lei ci ha fatto da interprete. La sua presenza è stata fondamentale. 
R.J. – Per me è stata un’esperienza molto particolare. Ritornare nei luoghi in cui sono nata o cresciuta. Rivedere i posti in cui sono stata. Ripensare alle figure di mio padre, che mi ha insegnato la tolleranza, e a quella, fondamentale, di Hind Husseini.
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