CANNES 56: "The Brown Bunny" di Vincent Gallo (Concorso)

Gallo spezza quasi i collegamenti tra le immagini, si immerge in un vortice che si esplicita nella straordinaria e disperata sequenza dell'atto sessuale tra Daisy e Bud. Un film troppo nudo per essere apprezzato, accolto da fischi, quelli che si riservano a quelle opere dove il cinema e la propria esistenza diventano elementi troppo coincidenti.

Dopo essere stato attore per Kusturica (Arizona Dream) e Ferrara (The Funeral) e dopo un film già diretto come regista con Buffalo '66, Vincent Gallo porta sullo schermo il progressivo martirio del proprio corpo in The Brown Bunny, road-movie puro e infinito dal New Hampshire che vede protagonista Bud (lo stesso Gallo) che dopo aver partecipato a una corsa motociclistica nella classe 250, si mette in viaggio con la sua auto alla ricerca di Daisy (Chloe Sevigny), l'unica donna che ha veramente amato. Gallo non bleffa. La sua macchina da presa sembra muoversi subordinata ai suoi umori, inquadrando dettagli sulle proprie basette o realizzando soggettive dove si vede il tergicristallo che si muove, insistendo sul ripetersi delle sonorità (il rumore della moto), scegliendo ed allungando all'infinito i tempi delle proprie inquadrature per far consumare Bud, per smaterializzarlo progressivamente, per farlo procedere all'accumulo e all'immediato azzeramento di ogni esperienza individuale (gli occasionali rapporti con le donne che incontra sulla strada).

In The Brown Bunny possono esserci parziali riferimenti al cinema della strada degli anni Settanta ma sempre filtrato e riproposto sullo schermo attraverso lo sguardo di Gallo immerso in una soggettività abissale, senza via d'uscita. Possono esserci nel film quella riproposizione di situazioni/inquadrature di Buffalo '66, con il protagonista a tavola con la famiglia di Daisy, ma alla fine Gallo spezza quasi i collegamenti tra le immagini, si immerge in un vortice che si esplicita nella straordinaria e disperata sequenza dell'approccio sessuale e disperato tra Daisy e Bud, quasi forme di un Eustache redivivo, parziale stasi di una fuga senza ritorno, una sorta di "Duel spielberghiano" dove dietro non c'è il camion che insegue ma i sensi di colpa del passato che lo attanagliano, che non gli permettono mai più di vivere come prima, o meglio mai più di vivere. The Brown Bunny è un film troppo nudo per essere apprezzato. In sala è stato accolto da fischi, quelli che si riservano a quelle opere dove il cinema e la propria esistenza diventano elementi troppo coincidenti.

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