"Fast and Furious" di Rob Cohen

E' la velocità il centro nevralgico della mutazione in atto e Cohen lavora su di essa con lo spirito di cineasta che guarda alla tradizione da un'ottica modernista. Ma è il corpo che continua a essere al centro della sua epica

Dove cercare oggi un cineasta che muovendo dalla sua sapienza spettacolare sia
in grado al tempo stesso di registrare le modificazioni dell'immaginario
contemporaneo? Ovviamente nel cinema americano. Una volta era proprio tra le
pieghe del sistema dei generi che allignavano le visioni più sovversive e radicali.
Oggi, con i budget dei classici film di serie B sparati verso le stelle e la
banalizzazione digitale che appiattisce tutto, il cinema americano ha perso uno
straordinario privilegio che, ne siamo convinti, non sarà mai più restaurato. È
dunque da salutare con entusiasmo un film come "The Fast and the Furious" che non
solo ci restituisce l'ottimo Rob Cohen dopo il pessimo "The Skulls", ma che
s'inserisce con grande acume in un momento di transizione del cinema
spettacolare traducendone in forme veterofuturiste le emergenze strutturali.
Come al solito si viaggia lungo la sottile linea rossa dove si rischia di
sovradeterminare un film a causa della sua limpida trasparenza hawksiana. Ma
Rob Cohen, che proviene dalla scuola di Michael Mann, è soprattutto un cineasta
di forme e di volumi. Al contrario quindi di Renny Harlin che tenta di dare corpo a
un cinema postcinematografico (abbracciando così in pieno la crisi celebrata da
"Matrix"), Cohen intuisce che è la velocità il centro nevralgico della mutazione in
atto ma lavora su di essa con lo spirito di cineasta che guarda alla tradizione da
un'ottica modernista. Mentre Harlin non rimpiange il cinema, avendo compreso
che le sue strutture di pensiero si andranno necessariamente digitalizzando,
Cohen continua a muoversi come il tutore di un artigianato che da Corman in giù
si è andato configurando come il cinema americano tout court. Fanno quindi
sorridere gli accostamenti di "The Fast and the Furious" con i "race movie" del
passato. L'unico termine di confronto reale è proprio "Driven", perché ci permette
di vedere cosa c'è al di là della linea di demarcazione che Cohen volutamente ha
rifiutato di valicare. Cohen quindi filma le macchine con gusto cronenberghiano
(come se fossero corpi ultrapalestrati) e i corpi come se fossero macchine
tirate a lucido. Ma il corpo continua a essere al centro della sua epica. Quello di
Cohen è un cinema ancora umano, mentre "Driven" (perversamente per essere un
veicolo stalloniano) è al di là del corpo. Il conflitto quindi è tutto in seno alla
velocità. Come strutturare i flussi della visione quando la verosimiglianza
digitale sembra offrirsi ironicamente (rispetto alla tanto declamata libertà
d'immaginazione) a una velocità unica? Cohen e Harlin, ognuno a modo loro
hanno destrutturato il problema: il primo ricorrendo a una cosmesi
macchinica
dell'umano e il secondo macchinizzando il tempo. Non male per del cinema
d'intrattenimento.
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