"Il risolutore", di F. Gary Gray

I film di Gray sono affreschi fatti con il sangue schizzato via dalle membra dell'uomo. Gray filma con estrema onestà la dinamica al lavoro dei corpi e dei rapporti fra loro, i patti che la contingenza li costringe a stipulare. Il suo cinema è l'umanesimo dell'action perché fasciato nelle spire salvifiche di un continuo negoziare

 

Del panorama cinematografico americano non sono pochi gli autori sottovalutati. Per menzionarne uno, pensiamo al fulgore incompreso (forse per una luminescenza che acceca occhi e anima) del cinema di Brad Silberling. E già che ci siamo, riflettiamo anche sul talento di F. Gary Gray, e in particolare sulla sua penultima pellicola (in ordine di realizzazione l'ultima è invero The Italian Job, sempre in questi giorni nelle sale). Il risolutore infatti porta forse all'esasperazione - almeno estetica - la lirica di un cineasta che crede irrimediabilmente nella connivenza del Bene con il Male e nelle relazioni che entrambi certificano con l'uomo. I film di Gray sono affreschi fatti con il sangue schizzato via dalle membra dell'uomo (o della donna, pensiamo a quel gioiellino di Set It Off) attorcigliate con il suo speculare negativo/positivo, lacerate dallo scontro che ne deriva. Saremmo infatti non vedenti del cinema se non riuscissimo a scorgere al di là del fondale architettonico presso il quale si agitano proiettili, musi neri e nerboruti tatuati, l'intenzione onesta e classicista di un cinema che stupra la metallica dell'action-movie per fecondarlo con dosi passionali di carnale e virile intimismo. Gray filma con estrema onestà la dinamica al lavoro dei corpi e dei rapporti fra loro, i patti che la contingenza li costringe a stipulare. Il suo cinema è l'umanesimo dell'action perché fasciato nelle spire salvifiche di un continuo negoziare (in questo senso Il negoziatore si fa emblema didascalico e paradigma della sua poetica) con insolita umanità una condizione che il destino, o peggio l'arbitrio, hanno gettato addosso all'uomo, per patteggiarla con vie di fuga anche se illecite. Vin Diesel, a questo punto, si fa vera macchina distruttiva ma con in più ciò che altri registi non gli avevano regalato, un'umanità inaspettata, una smorfia di dolore che lo rende umano e credibile come non si era mai visto. Forse troppo umano per noi spettatori vogliosi di riconoscerlo nel nuovo salvatore sudicio ma immarcescibile dell'action-movie americano. Intanto, però, Diesel e Il risolutore, chiudono con un finale fiero ed elegante in uno dei film più belli di questa stagione.

 

Titolo originale: A Man Apart
Regia: F. Gary Gray
Sceneggiatura: Christian Gudegast, Paul Scheuring
Fotografia: Jack N. Green
Montaggio: Robert Brown, Sean Hubbert
Musiche: Dr. Dre, Anne Dudley, J. Peter Robinson
Scenografia: Ida Random
Costumi: Shawn Barton
Interpreti: Vin Diesel (Sean Vetter), Larenz Tater (Demetrius Hicks), Timothy Olyphant (Jack Slayton), Geno Silva (Memo Lucero), Jacqueline Obradors (Stacey Vetter), Steve Eastin (Ty Frost), Juan Fernàndez (Mateo Santos), Jeff Kober (Pomona Joe), Marco Rodriguez (Hondo), Mike Moroff (Gustavo Leon), Emilio Rivera (Garza), George Sharperson (Big Sexy), Malieek Straughter (Overdose), Alice Amter (Marta), Jim Boeke (poliziotto cattivo)
Produzione: Robert John Degus, Vincent Newman, Joey Fittolo, Tucker Tooley
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 110'
Origine: Usa, 2003
 

 
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