VENEZIA 60 - "Feel Like Going Home", di Martin Scorsese (Fuori Concorso)
Il regista newyorkese firma egli stesso la seconda delle otto puntate sulla storia del blues. Evitando di seguire un percorso filologico, Scorsese si spinge fino in Africa per riportare alla luce le radici della musica nera.
A Venezia ben quattro tasselli sono stati aggiunti al presentato The Soul of the Man di Wim Wenders. Come era già stato evidenziato nel film del regista tedesco, questa ritrascrizione storica a più mani, non segue alcun percorso filologico ben delineato. Ognuno degli autori si lascia trasportare dalle proprie suggestioni e background culturale. Ma se il risultato raggiunto da Wenders non sembrava dei più travolgenti, per una eccessiva ridondanza tecnicistica del mezzo filmico, l'opera di Scorsese regge su un impianto di lirica commistione di più canali espressivi. Dalle interpretazioni originali si passa a immagini di repertorio e la sensazione è aver trovato un rapporto insolito: sembra che il blues cerchi il cinema e non viceversa. La mano si lascia trascinare fino in fondo, quasi a toccare le radici della black music. Ancora una volta Scorsese da prova di una versatilità stilistica non comune nel panorama mondiale. Intraprende un viaggio che lo condurrà dalle rive del fiume Niger nel Mali sino ai campi di cotone e alle bettole del delta del Mississipi alla ricerca dei padri di Muddy Waters, Memphis Slim, Son House, John Lee Hooker, Howlin' Wolf, Bo Diddley. Attraverso un giovane rasta americano ripercorre risonanti atmosfere emotive, volte a raccontare storie attraverso la musica. Nella poliritmia africana, sovrapposizione di più divisioni, accenti e attacchi del tempo a opera di più voci o strumenti, si scoprono le fonti incantatorie prima per il blues e poi per il jazz. Il documentario è la storia di un incontro, di un idillio, tra la pentatonica africana e le scale blues: la musica afro-americana sembra attingere feconda religiosità animista. Nelle viscere dell'esistenza devastata e disperata, l'esperienza musicale assume un carattere politeista coincidente con gli elementi della natura e con gli spiriti degli antenati. Il blues è contro ogni forma di dispotismo: privilegia la collettività rispetto all'individualità. Nuota in una dimensione totalizzante del sacro, come colonna sonora della vita individuale e sociale. Il blues è la radice, il resto è il frutto.
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