VIDEOCLIP - Shynola: quando il computer ha un cuore

Nella produzione di Shynola c'è il gusto del nonsense unito ad un profondo lirismo nel lavoro di questi animatori che sembrano, almeno in questo primo momento, voler evitare il compromesso "umano" in favore di figure che trovano il loro motivo di esistere in una tensione tra fredda elaborazione elettronica ed intenti profondamente emotivi.

Nel mondo dei clip Shynola entra dalla finestra. Il primo lavoro in assoluto relativo al mondo musicale è un frammento video che accompagna la consegna di un premio assegnato a James Lavelle (dj ed ex-boss della MoWax). La metà degli Unkle deve essere rimasta colpita dal quella scheggia se di lì a poco commissionerà a Shynola quello che è a tutti gli effetti il loro primo video. "I Changed My Mind" dei Quannum ha già tutto il potere evocativo di un masterpiece. A partire dall'impasto di tecniche di animazione così differenti: tratti morbidi di cartoon disegnano i confini di un mondo altrimenti realizzato in una computer grafica ben più marziale. La svolta è dietro l'angolo e si consuma nel sodalizio artistico con una band che da sempre è alla ricerca di soluzioni impreviste e non facili: i Radiohead. Prima affidano a Shynola la realizzazione dei famigerati quanto microscopici "bleeps": frammenti visivi che sono anti-video a tutti gli effetti poi con decisione contraria (eppure coerente) arriva anche la commissione per "Pyramid Song". Questo è uno dei rarissimi casi dove la completa indipendenza narrativa e visiva del video riesce paradossalmente a sposarsi alla perfezione con la natura del brano. Non c'è praticamente nulla che leghi la musica alle immagini che vediamo sfilare nello schermo eppure la storia di questo pinguino (?) poligonale costretto ad immergersi nell'oceano alla ricerca delle vestigia di un mondo perduto è quanto di più adatto possa esservi in rapporto al suono sacrale e tecnologico della band di Oxford. C'è il gusto del nonsense unito ad un profondo lirismo nel lavoro di questi animatori che sembrano, almeno in questo primo momento, voler evitare il compromesso "umano" in favore di figure che trovano il loro motivo di esistere in una tensione tra fredda elaborazione elettronica ed intenti profondamente emotivi. In questo filone va annoverato anche "Eye For An Eye" (Unkle). Fiaba antimilitarista che sembra uscita dalla mente del Tim Burton più ispirato. Il clip, pensato e realizzato come una sequenza indipendente ma simbiontica alla musica, è ancora una volta un affronto alla noiosa logica del performing-video. Storie che si ripetono, ad esempio, in "Is A Woman" dei Lambchop (vita di una foglia caduta dall'albero) e "Good Song" dei Blur dove il tratto si fa più che mai caldo ed approssimativo, giusto contrappasso di un soggetto tanto paradossale quanto disturbante. Nel tentativo di descrivere la carriera da anti-registi di Shynola viene in mente il non-cinema delle recenti (nuove) "Guerre Stellari" di Lucas dove lo spazio, i movimenti e spesso persino gli attori sono fagocitati dalla dimensione digitale di un elaboratore elettronico piuttosto che da una macchina da presa. Alla stessa maniera il lavoro di Shynola tende ad equiparare, mistificando con grande talento, la dimensione tangibile con quella completamente immaginifica. Accade in "Otherwise" dove i Morcheeba sono ridotti a figure impotenti in un gioco di maschere ed incastri circense ed artefatto. Stephen Malkmus in "Jo Jo's Jacket" viene addirittura fuso con le creazioni posticcie dei registi in una sorta di acida rilettura di "Chi Ha Incastrato Roger Rabbit". Così i Nostri quattro continuano a proporci un amabile gioco delle tre carte nascondendo il reale tra due figure immaginifiche e mutando Josh Homme e i suoi Queens Of The Stone Age di "Go With The Flow" in satiri motorizzati divisi tra bisogni più (donne, motori) e meno (musica, velocità) immanenti. Proprio come il bizzarro mondo real-animato di Shynola.

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