David Fincher: “Il mio obiettivo è riuscire a interpretare il pensiero del pubblico"

Jodie Foster, la messa in scena, il cinema di genere e "la mancanza di implicazioni sociologiche": incontro con il regista del film campione d’incassi in Italia e negli Usa, “Panic Room”.

SENTIERI SELVAGGI: Partiamo dal principio. L’infortunio dopo tre settimane di riprese di Nicole Kidman l’ha “costretta” a ingaggiare Jodie Foster. Potrebbe tracciare un ritratto incrociato di queste due regine della Hollywood contemporanea?
DAVID FINCHER: Credo che Nicole Kidman e Jodie Foster facciano parte di due categorie completamente diverse, ma soprattutto ritengo che differente sia il modo di rapportarsi rispetto alle due attrici da parte del pubblico. Nicole è portatrice naturale della regalità hollywoodiana, non penso che la gente senta di potersi identificare con lei come persona. Jodie invece è un’attrice con cui lo spettatore medio può facilmente identificarsi, il suo modo di porsi rispetto al pubblico suscita un immediato riconoscimento a livello umano, lei riesce sempre a mostrare la sua natura compassionevole, comprensiva nei confronti degli altri e ha un grande carattere, essendo solida sia come persona che come interprete. Secondo me sono differenti anche le aspettative che precedono ogni loro uscita: mentre Nicole quando ci da una bella performance in un film ci sorprende, invece Jodie viene immancabilmente incontro alle nostre previsioni, cioè quelle di un’attrice solida, spontanea, onesta, che da sempre ciò che ha da dare in qualsivoglia ruolo. Le differenze tra le due si collocano quindi non solo al livello del rapporto con il pubblico ma anche a quello del risultato.

SENTIERI SELVAGGI: Come si sente di descrivere il personaggio interpretato da Jodie Foster?
DAVID FINCHER: È una donna tradita che si sente instabile a proposito di dove andrà e di come sarà la sua vita, si trova in un momento particolarmente fragile della sua esistenza, deve rivalutare un po’ tutto, deve fare cose pratiche (cambiare casa, trasferirsi), deve riconsiderare il rapporto con la figlia adolescente. Il suo problema non è la nuova relazione del marito ma l'essere stata sostituita, il dover creare un altro sistema satellitare in cui orbitare.
SENTIERI SELVAGGI: Lei è un vero e proprio metteur en scène, non scrive mai i suoi film, da dove nasce questa sua scelta così netta?
DAVID FINCHER: Perché non ho talento nello scrivere, del resto non recito nei miei film per lo stesso motivo, preferisco lasciare la scrittura agli scrittori. Penso invece di riuscire, dopo aver letto un copione, ad aiutare lo sceneggiatore a migliorarlo. Il mio lavoro si basa sul confronto. Leggo il copione mettendomi dalla parte del pubblico, poi se ci sono dei punti del copione che mi sembrano diversi dall’idea di partenza dello sceneggiatore, mi metto insieme a lui a sistemarli. A questo punto o trasformiamo la mia idea in ciò che il pubblico vuole recepire oppure, se lo sceneggiatore tiene duro sulla sua, lo costringo a riscriverla in maniera differente. Il mio obiettivo è riuscire a interpretare il pensiero del pubblico. Devo dire che finora mi sono trovato molto bene con i miei compagni di scrittura.

SENTIERI SELVAGGI: Lei nonostante sia un regista commerciale ha tracciato un ritratto d’autore molto netto, il suo cinema è scuro, apocalittico e pessimista. Con “Panic Room” ha realizzato il suo film meno d’autore, quasi un esercizio di stile sullo shock visivo, la cosa la trova d’accordo?
DAVID FINCHER: Ogni film che faccio, lo faccio per un motivo diverso e sono vari i motivi che possono determinare la scelta di un film o di un altro. Posso dire che dopo i 120 giorni di riprese per “Fight Club”, dopo aver passato intere giornate nel traffico a sistemare le luci, a vedere camion che caricavano e scaricavano materiale per le scene, dopo aver lottato con la burocrazia per avere i permessi, ero veramente esausto. Quando ho letto lo script di “Panic Room”, all’idea di fare un film che si svolgesse tutto in una casa, senza traffico né rumori, mi sono sentito immediatamente molto motivato. Inoltre questo film mi ha permesso di sperimentare qualcosa di nuovo, cambiando rispetto al passato la posizione dello spettatore. Nei film precedenti noi (il regista e il protagonista di turno, ndr) eravamo sempre un passo avanti al pubblico, in questo caso ho impostato la struttura per fare in modo di averlo sempre accanto durante la narrazione. Noi scoprivamo una cosa e il pubblico stava con noi, passo dopo passo.
SENTIERI SELVAGGI: “Panic Room” ci sembra a livello tematico piuttosto simile ai precedenti, con personaggi che si trovano in una condizione in cui non dovrebbero essere e devono affrontare la paura e la paranoia. Appare piuttosto evidente invece una ricerca della citazione, con un occhio di riguardo per Hitchcock (“La finestra sul cortile” e “Nodo alla gola” in particolare). Che ne pensa?
DAVID FINCHER: Il film non è dissimile dai precedenti perché nei miei film ci sono generalmente persone ordinarie che si trovano in situazioni straordinarie. Ciò che cambia è, come dicevo prima, la prospettiva dello spettatore e la mancanza di implicazioni sociologiche. Quando ci siamo messi a cercare i soldi per il film (costato 45 milioni di $, ndr), lo abbiamo fatto con un copione già scritto e senza volerlo accostare a grandi film del passato. Questo é soltanto un film della serie “sopravvivi alla notte”, un puro entertainment-movie che non vuole essere realistico nei rapporti umani.

SENTIERI SELVAGGI: A cosa è dovuta la scelta dei due direttori della fotografia (Khondji e Hall)?
DAVID FINCHER: Come tutti sanno, i tempi di lavorazione del film a un certo punto sono slittati e siamo stati costretti a previsualizzare il film, sistemando la disposizione delle luci al computer per guadagnare tempo. Khondji si è sentito frustrato in questa nuova situazione che lo riduceva al semplice misuratore della luce sul set. La separazione è stata inevitabile.
SENTIERI SELVAGGI: È vero che la produzione voleva un finale differente?
DAVID FINCHER: Hollywood è uno dei quei posti dove non si può più fare un film senza evitare le immancabili previews. Il rischio più grande è di trovarsi con persone che vengono deliberatamente a vedere il film per modificarlo. Nel mio caso hanno assistito alla proiezione 60 persone che, visto il film, hanno concluso che il finale migliore era un altro (la fuga del malvivente col malloppo, ndr). Ovviamente gli studios hanno prestato attenzione a questa osservazione del pubblico, (che io ritenevo, stupida, amorale, incongrua) e mi hanno chiesto se potevo rigirarlo. Io gli ho risposto di si, con la riserva di poter scegliere il finale migliore, e avvertendoli che ci sarebbero voluti 9 giorni, 5 milioni di $ e Jodie Foster. Mi hanno subito detto che gli piaceva il mio finale…


SENTIERI SELVAGGI: Sono solo voci quelle su MI:3 o c'è del vero?
DAVID FINCHER: Si, ne stiamo parlando con Tom Cruise ma non c’è niente di concreto. Mi affascina del progetto di Cruise, l’idea di creare un franchising mettendo insieme cose diverse, mettendo insieme Brian De Palma, John Woo e poi David Fincher. Sono lusingato dal fatto che in questa sua personalissima biblioteca cinematografica possa un giorno esserci scritto il mio nome. Inoltre dei due film precedenti apprezzo il fatto di non aver la pretesa di farsi seguire sempre, mi piace la loro easyness, oltretutto hanno attinto a un film che io amo molto come “Notorius” di Alfred Hitchcock.
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