VIDEOCLIP - "People who died", Jim Carroll Band
Un’estetica che riprende l’underground di Andy Warhol e le immagini sporche della new wave e del punk dei primi anni ottanta, alternata a sequenze tratte dal film The Basketball Diaries con Leonardo di Caprio: ecco la ricetta per lanciare la musica e le parole di Jim Carroll, un’artista che come pochi è riuscito a descrivere, dall’interno, il mondo delle droghe e dei ragazzi di strada americani dei primi anni sessanta
Jim Carroll è una figura unica nel panorama della letteratura americana del novecento. Ad appena tredici anni, nel 1963, Jim Carroll “scrive meglio dell’ottantanove per cento dei romanzieri di oggi” e a dirlo è Jack Kerouac, uno che di scrittura, per capirci, ne sapeva veramente qualcosa. Jim Carroll, in quegli anni, tiene un diario che diverrà poi un libro, “The Basketball Diaries” (in Italia “Jim entra nel campo di basket”, edito dalla Frassinelli) nel quale parla della sua passione per il basket, della scuola (cattolica), del suo sincero senso di ribellismo, di ragazze e dei suoi amici. Questi almeno gli aspetti comuni a qualsiasi altro adolescente di tutto il mondo. Ma c’è un’altra grande presenza nella vita di Jim, quella delle droghe. E se il consumo di erba, acidi, codeina, eccitanti e calmanti, fumo e coca è quasi sempre accompagnato da sane ghignate ed esperienze positive e divertenti, la conoscenza dell’eroina porterà ben presto il giovane Jim in un lungo viaggio verso il nulla. L’ultimo quarto del libro è una terribile testimonianza dell’entrata di Jim nella ruota del tossico. Comprare la roba-farsi. Comprare la roba-farsi. Comprare la roba-farsi.
La scrittura di Carroll è istintiva e rabbiosa, gergale e fulminante, con dei tempi narrativi molto veloci e penetranti, con una capacità di analisi della società e del suo funzionamento che risulta lucidissima per un ragazzo che neanche ha compiuto diciassette anni.
Nel 1980 Jim Carroll, che nel frattempo è riuscito a disintossicarsi dall’eroina, fonda un gruppo punk (Jim Carroll Band) con il quale incide un primo album, Catholic Boy, nel quale è contenuta la canzone di questo video. I testi sono sempre legati al mondo della droga, dell’underground newyorchese, dei ragazzi di strada. Innumerevoli sono le influenze di questo artista su musicisti, registi e scrittori. Leggendo Carroll sembra di essere in un film del primo Gus Van Sant o in una canzone dei Velvet Underground, eppure questo autore in Italia è quasi uno sconosciuto. .jpg)
Il video, realizzato nel 1995, si sviluppa su due gruppi di immagini ben distinti. Il primo attinge a piene mani dalla trasposizione cinematografica dei “Basketball Diaries”, ovvero dal film omonimo interpretato da Leonardo di Caprio (in Italia Ritorno dal nulla), che vede il giovane Leo in vari momenti di sconvolgimento a ripercorrere le tappe più importanti del percorso di Carrol nel variegato mondo delle droghe. Il secondo gruppo è composto da immagini live dello stesso Carroll. Immagini che si sviluppano seguendo un’estetica a metà strada tra l’underground anni sessanta di Andy Warhol e le immagini sporche della new wave e del punk dei primi anni ottanta. Il montaggio alternato dei due gruppi di immagini è invece una palese operazione di accorpamento e sintesi (con finalità commerciali e di lancio pubblicitario) per la confezione di un prodotto audiovisivo dalla forma ibrida (un po' trailer, un po' videoclip) capace in questo modo di arrivare sia ai fan del giovane Leo che a quelli dello scrittore e poeta americano.
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