VIDEOCLIP - Prodigy: demoni lisergici
Malgrado l'intera videografia della compagine risulti scissa tra l'approccio "lisergico" di Russel Curtis (responsabile di tutti i lavori fino a "Wind It Up") e l'impronta patinata del geniale Waltern Stern, legare le due esperienze in un unico iter creativo appare quantomai fisiologico.

RETROSPETTIVA
Prodigy: demoni lisergici
Corpi in movimento. Se la progettualità dei suoni firmati Prodigy potesse risolversi in un solo slogan, allora i clip della band inglese costituirebbero uno strumento efficace per esplicitarla, inscenando deliranti rave e danze convulsive, dove l'audience assurge ad una coralità in continuo fluire. Le telecamere di Charly sclerotizzano una frastornante esibizione dal vivo attraverso dissolvenze vorticosamente incrociate, tese a saturare l'immagine riempiendola di colori e volti (ossessivo il ricorso al primo piano), come una canzone priva di silenzi. L'occhio del regista enfatizza l'incedere dei protagonisti, mentre negli acidissimi Everybody In The Place e Out Of Space la macchina da presa resta sommessamente ferma ad osservarli, marionette svuotate della propria anima come i sintetici sprite di Fire, che proietta Howlett, Maxim e Flint in un paranoico videogioco tra sequenze ispirate al celebre Doom e riproduzioni poligonali del terzetto. L'estetica digitale determina un "trip mentale" anche nel mediocre One Love (Hyperbolic Creations), che riproduce mediante rudimentali soluzioni in computer grafica un tempio dell'antichità profanato dalle performance live del gruppo.
Malgrado l'intera videografia della compagine risulti scissa tra l'approccio "lisergico" di Russel Curtis (responsabile di tutti i lavori fino a Wind It Up) e l'impronta patinata del geniale Waltern Stern, legare le due esperienze in un unico iter creativo appare quantomai fisiologico: il percorso sembra indirizzato a tracciare un'iconografia coerente ed omogenea, dipingendo una formazione capace di rappresentare fisicamente la propria idea di musica grazie ad una gestualità inconfondibile, fatta di sguardi diabolici e make up inquietanti. No Good (Start The Dance) corrisponde ad una sorta di delirante rito iniziatorio celebrato nelle viscere della terra, in cui i Prodigy svelano progressivamente il loro volto perverso traghettando un'anima sulle trascinanti note del brano. Il frontman inizia a vestire i panni di un novello Caron Dimonio nel grottesco Poison, anticipatore delle atmosfere ipnotiche dei capolavori Firestarter e Breathe, entrambi campioni di semplicità e impatto visivo. Il meccanismo s'inceppa solo col transitorio Voodoo People che assoggetta il trio (pur sempre maledetto) al potere della magia nera, in un limbo di slow motion, fast forward, toni accecanti e balli dionisiaci.
Smack My Bitch Up condensa in un innovativo sfoggio di disturbatissime soggettive il problema della visione e della sua ambiguità, questione formale implicitamente sollevata a partire Fire e giunta ormai ad un'elaborazione compiuta, nonchè cosciente. Affidato alle intuizioni del veterano Jonas Akerlund, il video inscena la notte folle e dissoluta di un cocainomane morboso, addossando la responsabilità dello sguardo (e delle azioni) allo spettatore, costretto a vivere le vicende narrate in prima persona. Per poi scoprire tramite uno specchio la propria vera identità, quella di un'avvenente lesbica dallo sguardo languido.
"False friend", direbbero gli anglofoni: non siamo altro che corpi in movimento sotto gli incessanti beat di una band prodigio.

FOCUS ON
Baby's Got My Temper
La fotografia spenta e livida dell'ultimo video targato Prodigy, accanto ai colori caldi del polveroso paesaggio ritratto dall'obiettivo, disegnano la sintesi perfetta di una videografia oscillante tra esaltazione della fisicità e rarefazione dello sguardo, di cui Traktor svela il carattere profondamente arbitrario, soggettivo. Mostrando l'artificiosità della messinscena e la falsità dello starsystem, il clip infarcisce di graffianti simbolismi la solita retorica contro i meccanismi produttivi delle label musicali. I tre musicisti londinesi devono anche timbrare il cartellino prima di esibirsi in una sorta di circo, ma hanno il volto di poveri impiegati ultraquarantenni, intenti a lavorare senza verve alcuna. Poi si travestono, indossando parrucche, lenti a contatto, finti piercing, e diventano i reali Prodigy: lo spettacolo può avere finalmente inizio. Tuttavia, il pubblico tradizionale è sostituito da un'affollata platea di mucche (i consumatori) che la musica ha il compito di mungere producendo quantità industriali di latte (vale a dire i soldi) per un nugolo di assetati, ovvero discografici in cerca di grana. Tra tutti gli incubi infernali evocati dal terzetto inglese, questo ci sembra decisamente il peggiore, allorchè terribilmente reale.
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