VIDEOCLIP - "White Hands", Pontiak
Per Walter Benjamin la riproducibilità tecnica delle opere d’arte uccideva la loro aura. Adesso, con la sorprendente crescita dei mezzi di riproduzione audiovisiva in nostro possesso, diventa possibile cogliere un’altra aura, quella del mondo stesso
Una macchina da presa fissa su un cavalletto può essere un occhio in grado di catturare la realtà. Ci sono milioni di prati, sparsi per il mondo, ma solo uno è quello che vediamo nell’inizio del video di White Hands. C’è la luce che illumina un albero spoglio, per brevi secondi, in una inquadratura. E’ un momento irripetibile. E allo stesso tempo immortalato per sempre, su una pellicola o un supporto digitale e potrà essere riprodotto all’infinito. Secondo Walter Benjamin era proprio questo processo di riproduzione a togliere all’opera d’arte o al prodotto artistico la sua aura. La sua presenza nel qui e ora di chi fruiva quell’opera. Eppure viene da pensare che forse la fotografia e le apparecchiature audiovisive, se non riproducono un’opera d’arte, possono cogliere l’aura del mondo stesso. Di momenti che hanno una loro particolare intensità. Di attimi unici. E per Benjamin la definizione dell’aura parte proprio da una matrice naturale, sensibile. Benjamin la definisce in questo modo – “Seguire in un pomeriggio d’estate una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sopra colui che vi riposa – ciò significa respirare l’aura di quelle montagne, di quel ramo”. Le inquadrature fisse che aprono il video dei Pontiak sembrano cogliere proprio questa aura. Sono immagini semplici, normali ma allo stesso tempo capaci di esprimere un qualcosa che travalica il tempo e lo spazio in cui sono state colte. Se queste immagini riescono a trasmettere la loro aura originale, la scelta di una estetica psichedelica, usata per l’apparizione improvvisa dei Pontiak su quel prato, scollega immediatamente il rapporto delle immagini con l’hic et nunc originario per allacciarle ad un altro mondo, ormai scomparso, quello della fine degli anni sessanta. Infatti spariscono il prato, gli strumenti, la luce che illumina l’aria. Rimangono i volti sudati e alterati (cromaticamente) dei membri dei Pontiak. Ora il collegamento con gli anni sessanta è puramente sonoro (la canzone dei Pontiak rimanda infatti alla musica di quel periodo) e non più visivo. I tre musicisti guardano qualcosa che è situato fuori dal campo dell’inquadratura, fuori dalla realtà nella quale dovevano suonare, fuori dall’aura del prato delle immagini iniziali. I tre musicisti guardano qualcosa (un periodo artistico) che non può più essere colto ma solo riprodotto attraverso gli elementi estetici che lo hanno caratterizzato. Questo vuol dire che è ancora possibile cogliere l’aura del mondo sensibile ma non quella dell’arte. E l’aura del mondo si coglie nel suo stesso, naturale manifestarsi. Mettendo semplicemente una videocamera davanti ad un albero o un prato. E se pensiamo alle migliaia di video che circolano su youtube, con immagini semplici e amatoriali, lontane da qualsiasi estetica o rielaborazione artistica, immagini che mostrano "la vita colta sul fatto", per citare Vertov e il suo kinoglaz , allora si può capire come diventi possibile ricostruire il mondo sensibile proprio attraverso le immagini. Perché non è più la riproducibilità dell’opera d’arte ad essere un fenomeno da studiare quanto la riproducibilità del reale, ormai alla portata di tutti. E in questo processo, forse, l’aura stessa delle cose e del mondo trova un nuovo, sorprendente modo, di manifestarsi.
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