VIDEOCLIP - David Bowie: il video-artista (parte II)
L'icona-Bowie subisce una parziale ricollocazione nelle pieghe dell'immaginario collettivo assurgendo a straordinaria pista di lancio per i maggiori directors sulla scena. Simili a raffinati cortometraggi per linearità dell'impianto narrativo e subalternità del comparto melodico, i clip risultano ormai totalmente affrancati dai rispettivi brani

La dialettica fiction-esecuzione live definita lungo l'intero percorso videografico del "Duca Bianco" incarna compiutamente la ridefinizione del rapporto tra band e registi all'interno dell'attuale scenario discografico, dove l'inesorabile emancipazione dell'immagine sul suono sembra fagocitare anche un "corpo d'attrazione" come David Bowie. Mentre negli anni '70 la fisicità dell'artista bastava infatti ad illustrarne i repentini cambiamenti di stile e riusciva ancora a scandire il suo mutevole universo simbolico, le decadi successive segnano invece un movimento mimetico del personaggio entro i fotogrammi stessi del clip: malgrado Fame '90 di Gus Van Sant e l'alienante Jump They Say firmato da Mark Romanek costituiscano due episodi emblematici di un immaginario ancora ripiegato sulla star, sia l'allucinato Little Wonder che il trascinante Dead Man Walking finiranno per sottometterla all'incontenibile repertorio visivo di Floria Sigismondi.
Absolute Beginners oppone la performance strumentale del pezzo ad un fervido apparato referenziale di matrice cinematografica, per poi degradare in una commistione spudorata dell'estetica "eighties" con un sostrato figurativo tipicamente noir. Al pari di Underground, l'opera trova nella figura del cantante l'unico vero collante per finalizzare l'unione tra fughe fantastiche e orizzonti verosimili, ma almeno il lavoro di Steve Barron poggia su una parentela indubbiamente più solida con il lungometraggio "Labyrinth". I fotogrammi del film prendono lentamente il sopravvento anche sulle eleganti sequenze di As The World Falls Down, con le tinte bicrome del contorno fotografico sempre relegate a raffigurare la piatta realtà dell'esibizione. La messinscena sembra cogliere l'eredità del grande schermo pure nello stiloso Day-In Day-Out di Julien Temple, episodio incentrato sul dualismo del lead singer attraverso un bianco e nero manicheo quanto l'alternanza del palcoscenico con i teatri di posa. Se il seminale Never Let Me Down veicola poi la definitiva contestualizzazione dell'elemento sonoro in una cornice hollywoodiana d'epoca, la pasticciata coreografia di Time Will Crawl sancisce finalmente un incontro equilibrato del musicista con la personalissima "visione" di Tim Pope. Giusto in tema, The Heart's Filhty Lesson e Strangers When We Meet seguiranno didascalicamente il plot tortuoso del cencept album "1.Outside" attraverso l'estetica satura e strabordante di Samuel Bayer, in uno straordinario connubio di sensibilità difformi ma allo stesso tempo armoniche.
L'icona-Bowie subisce una parziale ricollocazione nelle pieghe dell'immaginario collettivo e smarrisce la propria specificità artistica agli occhi del grande pubblico, assurgendo semmai a straordinaria pista di lancio per i maggiori directors sulla scena. Il look estremamente sobrio sfoggiato in Miracle Goodnight e Buddha Of Suburbia corre di pari passo con la preoccupante perdita d'ispirazione vissuta dall'autore britannico agli inizi del decennio scorso, nonostante la schizofrenia compositiva artificiosamente esibita nell'album "Black Tie White Nose". Servirà la svolta "cool" imposta dal veterano Waltern Stern in I'm Afraid Of Americans, Thursday's Child e Survive a guidare la riabilitazione culturale del cinquantaseienne inglese con tre discorsi sul corpo che invecchia, muore, resta cristallizzato. Simili a raffinati cortometraggi per la linearità dell'impianto narrativo e la subalternità di ciascun comparto melodico (divenuto ora semplice colonna sonora), i clip risultano ormai totalmente affrancati dai rispettivi brani e alieni alla "weltaschaung" del loro interprete.
La rinuncia alla visualizzazione in formato videomusicale dell'ultimo disco "Reality" annuncia d'altronde un nobile gesto di coerenza autorale che riconsegna definitivamente il "Duca Bianco" al proprio mondo originario.

VIDEOGRAFIA:
Absolute Beginners (1986) - Julien Temple
Underground (Labyrinth, 1986) - Steve Barron
As The World Falls Down (Labyrinth, 1986) - Steve Barron
Day-In Day-Out (Never Let Me Down, 1987) - Julien Temple
Never Let Me Down (Never Let Me Down, 1987) - Jean Baptiste Mondino
Fame '90 (1990) - Gus Van Sant
Jump They Say (Black Tie W£hite Nose, 1993) - Mark Romanek
Black Tie White Nose (Black Tie White Nose, 1993) - Mark Romanek
Miracle Goodnight (Black Tie White Nose, 1993) - Matthew Rolston
Buddha Of Suburbia (The Buddha Of Suburbia, 1994) - Roger Mitchell
The Heart's Filthy Lesson (1.Outside, 1995) - Samuel Bayer
Strangers When We Meet (1.Outside, 1995) - Samuel Bayer
Hallo Space Boy (1.Outside, 1996) - David Malet
Little Wonder (Earthling, 1997) - Floria Sigismondi
Dead Man Walking (Earthling, 1997) - Floria Sigismondi
I'm Afraid Of Americans (Earthling, 1998) - Walten Stern
Thursday's Child (Hours, 1999) - Walter Stern
Survive (Hours, 1999) - Walter Stern
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