FILM IN TV - Il film della settimana: PAT GARRETT AND BILLY THE KID di Sam Packinpah
Il 28 dicembre di venti anni fa moriva Sam Packinpah, cantore di un cinema "sporco" e brutale capace di riflettere il fondo "oscuro" dell'animo umano raccontato attraverso il senso di morte e il desiderio di redenzione che ne segna l'esistenza. Venerdì 31 dicembre La 7 rende omaggio a questo grande regista con uno dei suoi film più belli.

Oltre i cancelli, il cielo. Con Pat Garrett and Billy the kid Sam Packinpah ritorna a quella tensione ineliminabile sottesa nella distanza che separa l'esistere dall'essere (una tensione che ripete l'inquietudine e il malessere del senso di morte e del desiderio di redenzione che segna l'esistenza dell'uomo, qui basterebbe ricordare Il mucchio selvaggio 1969 e La ballata di Cable Hogue 1970). In Peckinpah si avverte la necessità di filmare, con un misto di abbandono e di disperazione, un tessuto emotivo che sottende la rivelazione della caduta dell'uomo, il suo essere-gettato-nelmondo. Ma l'illusione di una redenzione non può reggersi su alcuna realtà sovratemporale, ed è di fatto totalmente indifesa di fronte al tempo. Il tempo, come distensio animi, è in prima istanza proprio tempo personale, il tempo del vissuto, che qui scopre la realtà materiale e temporale di un trauma, lontano e incomprensibile, legato alla lotta col padre (la lotta tra il giovane Billy/Kris Kristofferson e lo sceriffo Pat Garrett/James Coburn). Nel tempo manchevole degli uomini l'esistenza finita e l'infinità dell'aspirazione alla vita trovano il loro compimento nella morte, in un film in cui tutto riposa sotto la coltre di una luminosità crepuscolare, una cortina trasparente che fa da piano intermedio tra la superficie dell'acqua e la profondità dell'atmosfera (la bellissima sequenza della morte dello sceriffo Baker/Slim Pickens sulle note di Knockin' on heaven's door di Bob Dylan). Una sospensione che si riflette negli occhi vitrei di chi non ha mai smesso di amare e ci ricorda che la morte è di una intimità spaventosa, una ferita radicale, alle radici dell'esser(ci). Un film doloroso, ma straordinariamente vivo. Nel quale l'incrinatura del tessuto immaginifico è il segno di uno squarcio che lascia sull'eroismo di Peckinpah l'impronta vuota di una paternità non riconciliata (la sequenza in cui lo sceriffo Pat Garrett spara alla propria immagine riflessa nello specchio). Quello di Peckinpah è un cinema capace di filmare il fremito di vita visibile oltre le inquadrature, nella sfuggente ricerca di una riconciliazione con la (propria) storia che ripercorre un dolore nascosto dietro le rovesce smagliature di un'errante guardar(si) vivere che poco cinema ha saputo fissare. Eppure è così che si è al mondo, persi/presi nelle tracce del tempo la cui essenza è membratura del nostro sguardo (in)discreto... fragili sparsi frammenti di un unico corpo in un elogio del cinema disseminato nel fondo oscuro dell'animo, di qua da quell'infinito che è sognante rinascita: "Tutti sogniamo di tornare bambini, anche i peggiori di noi. Forse i peggiori lo sognano più di tutti".
Pat Garrett and Billy the Kid di Sam Packinpah
con Kris Kristofferson, James Coburn, Jason Robards, Katy Jurado, Bob Dylan
Usa 1973
Venerdì 31 dicembre, ore 23:20 La 7
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