L'ossessione dell'umano: "White Noise", di Geoffrey Sax (
Quello di "White Noise" è un mondo chiuso che non va al di là dei suoi riferimenti, dei modelli e delle allusioni che non sono altro che evocazioni di altri film, di altre immagini già viste e già passate. La condanna del cinema è il clichè, come molti hanno già riconosciuto; e di clichè è formato il tessuto stesso delle immagini del film.

L'ossessione dello spettro è uno dei temi che attraversano da sempre il cinema, anche solo per il fatto che la spettralità è uno degli elementi base del cinema stesso, come si sa. La dimensione ibrida dello spettro, materiale ed immateriale insieme, diventa una materializzazione dell'essenza stessa del cinema, attraverso cui sarebbe possibile (e, perché no, auspicabile) riattraversare la storia stessa delle immagini cinematografiche. Tutto questo, però, per quanto apparentemente legato al mondo di White noise, rimane fatalmente al di fuori delle immagini create (o, meglio, ricreate) da Sax, anonimo regista di origini televisive al suo primo lungometraggio per lo schermo. Quello di White noise è per la verità un mondo chiuso che non va al di là dei suoi riferimenti, dei modelli e delle allusioni che non sono altro che evocazioni di altri film, di altre immagini già viste e già passate. La condanna del cinema è il clichè, come molti hanno già detto (tra gli altri, buon ultimo, Deleuze); e di clichè è formato il tessuto stesso delle immagini e della narrazione di White noise. Non solo, il clichè finisce per rinchiudere l'immagine-spettro, addomesticarla, negargli ogni potere di destabilizzazione. La dimensione spettrale del cinema, infatti, può lavorare in una doppia direzione, sia spingendosi verso le forme della corporeità, verso il suo lato materiale, privo di corporeità - come, per fare un esempio recente, in alcuni degli horror orientali di nuova generazione - sia spingendosi verso il suo lato più astratto ed immateriale (e qui il riferimento a Godard è d'obbligo). Al contrario, nulla di tutto questo accade nel film di Sax. White noise è un film totalmente umano (umanista, mi verrebbe da dire), in cui ciò che ha veramente importanza sono i desideri totalmente e ossessivamente umani di Michael Keaton, la volontà cioè di trovare una via razionale di comunicazione con un altrove che va al di là di ogni umana comprensione.

La tecnologia diventa allora qui non la negazione del potere della razionalità (come in The Ring), lo strumento familiare e sotto controllo che improvvisamente si mostra misterioso, terribile e pericoloso, ma, al contrario, si presenta come l'amplificazione dei sensi del corpo, la protesi razionale dello sguardo e dell'udito, attraverso cui poter varcare una soglia impossibile, quella tra la vita e la morte. Gli strumenti analogici e digitali che Jonathan Rivers (Keaton) utilizza nel tentativo di tornare in contatto con la moglie morta sono appositamente studiati per rendere comprensibili gli EVP (Fenomeni di voce elettrica), i messaggi che i morti lasciano ai vivi attraverso i mezzi tecnologici di diffusione e produzione del suono (il "rumore bianco" è, tecnicamente parlando, il rumore privo di periodicità che contiene tutte le frequenze di tutto lo spettro sonoro ad eguale ampiezza). Non è la tecnologia che genera l'orrore, sembra dire Sax, ma la volontà di oltrepassare la frontiera proibita, quella che separa la vita dalla morte. È un cinema illuminista, in un certo senso, quello di White noise, ben lontano dalle frontiere inquietanti che l'horror contemporaneo ha varcato da diversi anni a questa parte - dal new horror statunitense ai già citati horror orientali di nuova generazione - non solo per il ricorso piatto e stanco ad immagini viste e riviste, ma proprio perché rifiuta con forza la tendenza attuale del cinema dell'inquietudine: quella che rovescia dall'interno il paradigma umanista della macchina come strumento al servizio dei desideri umani di trasformazione ed esplorazione del mondo. L'individuo e i suoi diritti sono al centro del film, sono alla fine ciò che porta Rivers-Keaton alle estreme conseguenze relative alla sua scelta, alla volontà di sapere, di riconnettere ciò che non è più possibile connettere. Anche per questo, White noise è un film privo di quell'appeal che invece caratterizza parte del new horror contemporaneo, legato invece al postumano come problema, come inquietudine ed interrogazione.
Regia: Geoffrey Sax
Interpreti: Michael Keaton, Chandra West, Deborah Kara Unger, Ian McNeice
Distribuzione: UIP
Durata: 111'
Origine: Canada/USA/Gran Bretagna, 2004
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