"La storia del cammello che piange", di Byambasuren Davaa e Luigi Falorni
Il dramma di un cucciolo che viene rifiutato dalla mamma: potrebbe essere Disney, ma è un singolare “documelodramma” raccontato su una lacrima e ambientato tra i mongoli nomadi del deserto del Gobi. Il saggio di diploma di due studenti della Scuola di Cinema di Monaco, approdato alla Notte degli Oscar nella categoria Miglior Documentario

Affascinante già di per sé, l’idea di un documelodramma: una storia dal vero, girata tra la sabbia e le escursioni termiche del deserto del Gobi, e basata su una lacrima, su un amore infranto, sul rifiuto di un figlio da parte di una madre, sulle note di una nenia che risuonano a lenimento di un dolore… Se poi La storia del cammello che piange si offre anche con la disarmata semplicità che appartiene al lavoro di diploma di due trentaquattrenni studenti della Suola di Cinema di Monaco come la mongola Byambasuren Davaa e il fiorentino Luigi Falorni, il film acquista un valore aggiunto che appartiene a una presa diretta che non dissimula l’assenza di uno sguardo narrante, ma piuttosto cerca un rapporto equilibrato tra l’oggettività della messa in scena e il valore di una testimonianza culturale che nasce dal confronto curioso con la realtà.
Appartenente alla prima generazione nata in città di una famiglia di nomadi della Mongolia, Byambasuren Davaa è andata assieme a Luigi Falorni in cerca di una pratica che a noi sembra altamente evocativa ma che in realtà fa parte della vita quotidiana dei nomadi del Gobi, quella di utilizzare la musica come terapia per gli animali. In questo caso la storia ad altissimo tasso melodrammatico è quella di un cammello albino neonato che, a causa di un parto difficile, viene rifiutato dalla madre. La cosa, in una comunità nomade che ha un rapporto di utilità diretta con le proprie bestie, non rappresenta solo un dramma sentimentale, ma qualcosa di ben più concreto. Eppure la soluzione sta in una pratica tutt’altro che materiale, sospinta semmai nella sfera di una limpida spiritualità quotidiana: la famiglia manda infatti i suoi due figli nel deserto, in cerca di un musicista che col suono del suo violino è in grado di sciogliere in lacrime il cuore di mamma della refrattaria cammella, inducendola infine ad accettare di allattare il suo cucciolo...
Le lacrime sgorgano dagli occhi dei cammelli e per riflesso anche da quelli del pubblico, effetto speciale di un documentario singolarmente lavorato sulla dimensione pienamente emotiva, in cui entrano in gioco i gemiti del cucciolo albino allontanato dalla madre, tanto quanto lo scioglimento del dramma. Luigi Falorni parla di “documentario narrativo” e dichiara che lui e Byambasuren Davaa si sono ispirati al modello offerto da Robert J. Faherty per quanto riguarda l’equilibrio tra verità degli eventi e necessità di far reinterpretare ai nomadi del Gobi le scene narrative. Il risultato è un documentario che esalta l’emotività della narrazione, ma allo stesso tempo si attiene a una comunicazione di base, senza strategie narrative o estetiche particolari, risultando in questo alquanto estraneo a certa raffinata moda subentrata oggi nel documentario d’autore e già a rischio di esaltarsi a maniera. La storia del cammello che piange, in fin dei conti, è un film la cui lealtà sta un po’ tutta nel dire ingenuo e diretto del suo titolo…
Regia: Byambasuren Davaa e Luigi Falorni
Interpreti: Ingen Temee (Cammello madre), Botok (Cammello cucciolo), Odgerel Ayusch (Odgoo), Uuganbaatar Ikhbayar (Ugna)
Distribuzione: Fandango
Durata: 90’
Origine: Germania, 2003
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