"Dogtown and Z-boys", di Stacey Peralta

"Dogtown and Z-Boys" indulge spesso nel ricordo nostalgico di un'epoca irripetibile, ma lo fa con garbo e ironia e senza eccedere nell'autocelebrazione, tentando invece di raccontare nel modo più obiettivo possibile quella che fu una vera e propria rivoluzione.

Uno degli aspetti più positivi della riscoperta del documentario di questi ultimi anni è certamente l'aver portato alla luce una serie di opere di notevole valore, che forse in altri tempi non avrebbero avuto altrettanta fortuna. Sorprende, quindi, il fatto che questo Dogtown and Z-boys esca in Italia soltanto dopo quattro anni dalla sua realizzazione, ma la sua uscita appare, forse proprio per questo, ancora più meritoria.

Il documentario racconta la vicenda di un gruppo di ragazzi (lo "Zephir Skating Team") provenienti dal sobborgo californiano di Dogtown, tra Santa Monica e Venice Beach, che negli anni Settanta trasformarono lo skateboard da attività di nicchia a sport famoso in tutto il mondo, emblema della rivoluzione culturale che dal grande stato americano si sarebbe poi estesa a livello mondiale.

Girato da Stacey Peralta, uno dei membri del gruppo e attualmente apprezzato regista, Dogtown and Z-boys si avvale di una struttura compostamente equilibrata, che alterna interviste ai protagonisti dell'epoca con immagini delle evoluzioni che li resero famosi. Cresciuti un sobborgo povero e malfamato, con il solo scopo di imitare i surfisti che imperversavano nelle acque prospicienti a Venice, gli skaters cominciarono a sfruttare le piscine delle ricche ville circostanti, prive di acqua a causa della siccità, creando di fatto un nuovo sport. Nomi come Jay Adams, Tony Alva e lo stesso Peralta, diventati celebri in età giovanissima, sono ormai entrati a far parte della storia dello skateboard, ma ciò che il film vuole sottolineare è che tutto cominciò per gioco, nel tentativo di infrangere le ingessate regole sociali che imperavano a quell'epoca.

Dogtown and Z-boys indulge spesso nel ricordo nostalgico di un'epoca irripetibile, ma lo fa con garbo e ironia e senza eccedere nell'autocelebrazione, tentando invece di raccontare nel modo più obiettivo possibile quella che fu una vera e propria rivoluzione, avviata inconsapevolmente da un gruppo di adolescenti il cui unico scopo era quello di trovare la propria dimensione in un mondo che sentivano ostile (quasi tutti erano figli di genitori separati). In questo, cioè nella capacità di trasmettere la freschezza e l'ingenuità che caratterizzavano le evoluzioni di quei giovani, sta forse il maggior pregio del film, ma tecnicamente sorprendono anche i filmati, impressionanti per il realismo e per l'altissima qualità sportiva delle esibizioni, avvenute in un'epoca nella quale i materiali non erano certamente a livello di quelli utilizzati oggi.

Non c'è contrasto tra la visione dei membri del gruppo ai tempi del massimo fulgore adolescenziale e quella dei quarantacinquenni dei giorni nostri che si raccontano davanti alla macchina da presa. La libertà dei gesti di allora si rispecchia in quella delle parole di oggi, in un legame reso ancora più forte dal ricordo del passato, che unisce due epoche in un'unica esperienza continuativa. Molti di essi continuano a praticare lo skateboard, ed è forse questa la lezione più importante del film: anche chi ha infranto le regole continua ad andare controcorrente, cercando sempre nuovi orizzonti da raggiungere e superare.

Titolo originale: id.

Regia: Stacey Peralta

Interpreti: Jay Adams, Tony Alva, Shogo Jubo, Bob Biniak, Paul Constantineau

Distribuzione: Fandango

Durata: 91'

Origine: Stati Uniti, 2001

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