"Koma", di Law Chi Leung
Da sempre alla ricerca di una formula produttiva in grado di accontentare un pubblico internazionale, Law Chi Leung riesce infine a trovare la via dell'esportazione. Peccato lo faccia con un prodotto in apparenza durissimo, in realtà profondamente glamour nelle sue luccicanti estetizzazioni.

Fin dai suoi esordi Law Chi Leung, pupillo del veterano Derek Yee, non ha mai nascosto le sue ambizioni internazionali. Già in Double Tap (2000) emergeva il miraggio di una commistione formale tra noir di stampo hongkonghese, con le sue traiettorie sbilenche, e istinti statunitensi, nel rigore algido della messa in scena - pur mantenendo l'opera una narrazione squilibrata e incompleta. Con il successivo Inner Senses (2002) la contaminazione si palesava, in un mix tra la classica ghost story cantonese e una costruzione tipicamente occidentale - nei richiami, nei riferimenti e nello sforzo produttivo (estetico, più che di budget). Il tentativo pareva interessante: pur essendo entrambi i progetti lontani dall'essere riusciti, fornivano un terreno sul quale lavorare. Koma si sottrae però alla sfida, presentando un'ibridazione completa che scolora nel clonaggio acritico di modelli e stilemi d'importazione, dove le peculiarità sono adombrate, stemperate, e l'usuale carica iconoclasta hongkonghese è messa a tacere nelle rifiniture da blockbuster.
Non c'è dubbio che il team dietro alla pellicola abbia studiato a lungo la giusta alchimia in grado di attrarre un pubblico adolescenziale di preferenza internazionale: a) due donne innamorate dello stesso uomo (oggetto del contendere), che si odiano e si disprezzano, ma finiscono per cadere in un'amicizia femminile tanto sottile da sfiorare l'omoerotismo; b) un tema scomodo come quello del mercato illegale di organi a fare da contorno, tra leggenda metropolitana e deus ex machina macabro; c) l'incedere da thriller morboso (tradimenti e gelosie incrociate, con le apparenze a far sciogliere i protagonisti nel dubbio) e una risoluzione che affonda nella follia, in modo da seguire pedissequamente la formula geometrica della violenta catarsi finale; d) infine, una cura cristallina nei reparti costumi e scenografia, con la conseguente crepitante atmosfera che avvolge ogni movimento di macchina.

Ogni pezzo al suo posto, parrebbe quindi. Ma ci si è dimenticati del mordente, di quella scintilla di cattiveria reale, strasbordante, che sola avrebbe potuto far emergere storia, personaggi e coinvolgimento. Date le premesse, non è un caso ci sia qualcosa di molto glamour nel modo in cui le due protagoniste vengono continuamente messe alla prova (ricoperte da ghiaccio, pioggia, vomito, sangue ribollente oppure scosse da terrore, urla, crisi di nervi) e in ogni caso continuino ad apparire compiutamente attraenti, a loro agio, persino affascinanti. Come se tutto quello che le protagoniste passano e soffrono sia semplicemente una sfilata di moda, piena di luccichii in grado di attrarre e, sul momento, incantare, piuttosto che un vortice di violenza che sa di incubo.
Koma si regge sulle due figure emergenti di Angelica Lee (reduce dal successo di The Eye) e Karena Lam (poco verosimilmente al centro delle attenzioni dal suo esordio in July Rhapsody), la prima fragile, nevrotica, sul punto di spezzarsi, la seconda psicotica e introversa. Le loro prove, pur essendo efficaci, sono squilibrate verso il manierismo, contribuendo a smussare asperità che si sentiva il bisogno emergessero: ci sono le urla e la paura e il sangue -sulla carta- ma incasellate in un contesto rassicurante, da spot pubblicitario, che stona con il mostrato e, quel che è peggio, non colpisce. Al di là delle solite incongruenze (che fine fa il dente che Angelica perde?), sotto la superficie si intravedevano squarci interessanti - ad esempio il legame tra Karena Lam e Raymond Wong, lasciato in disparte e mal sfruttato. Un peccato si sia preferito tralasciare in favore di una trasparente estetizzazione della morbosità.
Titolo originale: Gau Meng
Regia: Law Chi Leung
Interpreti: Angelica Lee, Karena Lam, Andy Hui, Raymond Wong, Roy Chow
Distribuzione: IIF
Durata: 88'
Origine: Hong Kong, 2004
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