"La guerra dei mondi" di Steven Spielberg
È un paese difficile da amare l'America cinica, perdente e smarrita raccontata da Spielberg - i tempi di Amistad e Il colore viola sono davvero lontani... -, questa land of the dead dove si uccide per un'auto e si finisce per attraversare paesaggi simili agli scenari sottoproletari fotografati da Clint Eastwood in "Million Dollar Baby".

Tutti sanno che la miglior fantascienza è quella che mostra il futuro per mordere e aggredire il presente, illuminandone angoli altrimenti bui o invisibili. E sicuramente la potenza metaforica della science-fiction non è mai sfuggita ad un maestro dell'immaginario cinematografico come Steven Spielberg, pronto a riportare sullo schermo - dopo il celebre scherzo radiofonico di Orson Welles e l'adattamento filmico di Byron Haskin - un capolavoro della letteratura "utopistica" del Novecento come La guerra dei mondi di H.G. Wells. Una scelta ovviamente non casuale se si pensa alla facile possibilità di ri-plasmare l'invasione degli alieni tripoidi agli avvenimenti dell'11 settembre, sottoponendo magari ad una sana lettura critica l'atteggiamento isolazionista intrapreso dall'America di Bush. Tracce politiche che si insinuano subito fra le pieghe di una sceneggiatura - scritta a quattro mani da Josh Friedman e David Koepp - dove l'attacco degli alieni è immediatamente scambiato per un attentato terroristico o per una improbabile minaccia della "lontana" Europa...
Fin qui i segni più evidenti e banali di una rilettura che nasconde, però, ben altre insidie allo sguardo dello spettatore rassicurato dall'iniziale facile equazione cinema-fantascienza-politica. Perché, con lo scorrere delle inquadrature, ci si accorge presto che la macchina da presa di Spielberg non intende far sconti alla "sua" America: un paese colonizzato dalle sue paure e diventato "alieno" a se stesso, alle sue tradizioni, alle radici comunitarie e democratiche (...non a caso gli "alieni" raccolgono germi di distruzione annidati e coltivati sotto il suolo terrestre), ai suoi affetti familiari e privati. La guerra dei mondi diventa così l'ultimo grande affresco sulla fine della società capitalistica e neoliberista, sulla disgregazione del tessuto connettivo di un mondo imploso molto prima dello sbarco degli alieni.
Non dal cielo dunque, ma dalla nostra stessa terra arrivano odi e distruzione: è tutto qui l'urlo di disperazione "spengleriano" lanciato da Spielberg; un grido d'allarme che amplifica i toni e i decibel di dolore contro il rischio di una "società dei controlli" sempre più chiusa in se stessa già denunciato con vigore ed ironia in film come Minority Report, Prova a prendermi e The Terminal (...tutti peraltro diretti dopo l'11 settembre). Solo che oggi i toni tenui e satirici cedono il passo alle tinte scure della catastrofe epocale de La guerra dei mondi, autentica tragedia dove la dimensione pubblica è solo il riflesso finale di una sfera privata letteralmente in frantumi: la famiglia è uno sbiadito ricordo, i figli cercano inutilmente i loro padri (ed è bene ricordare che la perdita del padre è sicuramente uno dei temi preferiti del miglior cinema americano di questi ultimi anni), mentre il prestigio sociale è solo questione di ricchezza, possesso e canali della Tv via cavo. È un paese difficile da amare l'America cinica, perdente e smarrita raccontata da Spielberg - i tempi di Amistad e Il colore viola sono davvero lontani... -, questa land of the dead dove si uccide per un'auto e si finisce per attraversare paesaggi simili agli scenari sottoproletari fotografati da Clint Eastwood in Million Dollar Baby. Così, un film annunciato come un tripudio di costosi effetti speciali finisce per assomigliare ad un indipendent movie dove panico di massa e paura intima, individuale, e personale, si mescolano in un susseguirsi di sequenze senza respiro. Fino a sprofondare in un altro mondo "squadrato" dalle pareti umide di una cantina, un universo claustrofobico e concentrazionario dove Spielberg inscrive un corpo-a-corpo con l'alieno, e con l'America "aliena" magistralmente incarnata da Tim Robbins, che interiorizza definitivamente la diffusa e permanente paura "di massa" che segna tutto il film. Sentimento nero e angosciante che cortocircuita anche il cinema di Spielberg regredendo verso le atmosfere lontane de Lo squalo, Duel e Twilight Zone; cappa viscerale che sembra dissolversi solo quando i figli americani tornano a scoprire se stessi e i loro padri (la minacciosa vegetazione aliena sembra seccarsi al "calore" del marmo delle statue dei grandi maestri della democrazia americana...), a seminare non strumenti di morte ma germogli di una nuova vita che non può prescindere da un "politica" del rispetto dei corpi, dei loro affetti e delle loro passioni. Tenui bagliori che rischiarano questo spietato e speranzoso apologo di inizio secolo, piccolo capolavoro di nera luce.
Titolo originale: War of the Worlds
Regia: Steven Spielberg
Interpreti: Tom Cruise, Tim Robbins, Miranda Otto, Dakota Fanning
Distribuzione: UIP
Durata: 116'
Origine: USA, 2005
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